Assenteismo, condanna a un anno per il cantoniere della Provincia

Michele Caniglia nei guai per tentata truffa, ma cadono le accuse di peculato e falso ideologico: adesso dovrà risarcire l’ente. Dopo sei anni di processo, i giudici assolvono altri due dipendenti
LANCIANO. Furono definiti cantonieri assenteisti e il caposquadra finì anche ai domiciliari per un mese. Ora, dopo 6 anni dall’avvio del processo dinanzi al collegio (presidente Giovanni Nappi, a latere Maria Rosaria Boncompagni e Stefania Cantelmi), è arrivata la sentenza. Michele Caniglia, 58 anni, di Atessa, che era caposquadra del settore viabilità e manutenzione stradale, è stato condannato per tentata truffa aggravata ai danni della Provincia ad un anno di reclusione, 750 euro di multa e risarcimento danni alla Provincia da stabilire in separata sede; pena sospesa. È stato assolto con formula piena dai reati di peculato e falsità ideologica.
I due “sottoposti”, Biagio Di Biase 55 anni, di Casalbordino e Benigno Travaglini 67 anni, di Casoli sono stati assolti perché il fatto non sussiste, da tutti i tre reati di truffa, peculato e falsità ideologica. Per quanto riguarda Caniglia, i legali stanno valutando di fare appello, mentre sono pienamente soddisfatti gli avvocati Piero Nasuti e Graziano Benedetto che hanno difeso Travaglini e Di Biase. Per Caniglia il pm Francesco Carusi aveva chiesto 2 anni e 4 mesi di reclusione, mentre per Travaglini e Di Biase un anno e 5 mesi.
I cantonieri erano finiti in un’inchiesta della Procura nel 2014, avviata su segnalazione della Provincia che aveva condotto delle verifiche sul personale esterno nel 2013-14 e aveva dei dubbi proprio sulla regolare attività che dovevano svolgere i tre cantonieri. Dopo indagini condotte dalle sezioni di polizia giudiziaria di carabinieri e polizia, nel settembre 2014 si scoprì la truffa alla Provincia e fu posto ai domiciliari un mese Caniglia, mentre Di Biase e Travaglini furono solo denunciati perché coinvolti in un numero esiguo di episodi di assenteismo durante il lavoro rispetto al caposquadra. I risultati investigativi si sono trasformati nei reati di truffa aggravata, peculato e falsità per tutti e 3 che, come riportato in aula, tra marzo e aprile 2014 non avrebbero svolto le loro mansioni per sbrigare commissioni personali. Il capo cantoniere dava una mano in una farmacia agrobiologica intestata ad un familiare e avrebbe truffato la Provincia sul regolare svolgimento dei turni. E per questo è stato condannato ad un anno di reclusione, pena sospesa. Né lui, né gli altri due, hanno invece commesso il peculato, che riguardava l’uso di mezzi e carburante messi a disposizione dall’ente e usati per scopi personali, né la falsità ideologica, nel redigere il rapporto delle presenze.

