Assoluzione per Del Vecchio «Non diffamò i 113 dipendenti»

16 Maggio 2017

CHIETI. Assolto perché «il fatto non costituisce reato». Dopo il processo aquilano per la vicenda dei cosiddetti acquisti gonfiati, per Filippo Del Vecchio, direttore generale sospeso della d’Annunzio...

CHIETI. Assolto perché «il fatto non costituisce reato». Dopo il processo aquilano per la vicenda dei cosiddetti acquisti gonfiati, per Filippo Del Vecchio, direttore generale sospeso della d’Annunzio, arriva un’altra assoluzione. L’accusa questa volta era di diffamazione e violazione della privacy nei confronti di una sessantina di dipendenti dell’università i cui nomi erano finiti all’interno di una lista di 113 lavoratori che sarebbero stati, secondo il dg, strapagati nel corso delle passate gestioni universitarie.
La vicenda risale ad ottobre 2014 quando il direttore generale decise di pubblicare la lista dei 113 sul sito internet ufficiale dell’università e anche di spedire la lista via mail a tutti di dipendenti dell’ateneo. Nomi, cognomi e cifre che sarebbero state percepite in maniera indebita. Partì una valanga di querele contro Del Vecchio e ci fu anche un esposto al Garante della privacy che sanzionò il comportamento dell’ateneo d’Annunzio ritenendo violato il diritto alla riservatezza dei lavoratori. Sebbene, dunque, la violazione ci sia stata, il giudice Andrea Di Berardino ha deciso che «il fatto non costituisce reato», vale a dire, spiega l’avvocato di Del Vecchio, Stefano Rossi, «che il giudice non ha rintracciato l’elemento soggettivo, ovvero che non ha trovato il dolo specifico, ossia la volontà di nuocere». Il pm aveva chiesto 1 anno e 4 mesi. Il giudice non ha ammesso le prove testimoniali, ritenendo che bastavano quelle documentali. Del Vecchio era in aula e si è fatto interrogare. Ha ricostruito la situazione che ha trovato alla d’Annunzio, che, a suo dire, non rientrava nella legalità e ha deciso perciò di ripristinare le regole. La pubblicazione dei nomi rispondeva, sempre a suo dire, a un’esigenza di trasparenza.
I dipendenti erano assistiti dagli avvocati Leo Brocchi, Gaetano Mimola, Silvio Rustignoli, Rocco Carabba e Maurizio Mililli. (a.i.)