Ater, così minacciarono la gola profonda

Spuntano i nuovi verbali dell’inchiesta sulle presunte tangenti pagate da un costruttore anche agli ex vertici Aca
CHIETI. Da una parte presunte tangenti e intimidazioni. Dall’altra un padre disperato. L’Ater di Chieti è un paradosso. Anzi, uno spaccato perfetto dei nostri tempi. Dai verbali dell’inchiesta trasmessa al procuratore, Pietro Mennini e al sostituto, Giuseppe Falasca, dai magistrati di Pescara, spunta un retroscena inquietante: una telefonata minacciosa ricevuta da una parente stretta del costruttore aquilano, Claudio D’Alessandro che, l’estate scorsa, fece arrestare per tangenti i vertici dell’Ater e dell’Aca.
LA MINACCIA. «Claudio si sta mettendo in un brutto guaio. Le cose finiscono male», è la frase intimidatoria pronunciata al telefono da un misterioso personaggio e raccolta dalla parente del costruttore diventato la “gola profonda” dell’inchiesta su tangenti e appalti pilotati. Chi scopre la minaccia?Nell’interrogatorio del 27 marzo del 2013, la pm pescarese, Annarita Mantini, chiede a D’Alessandro: «Lei per caso è stato minacciato?». E lui risponde: «Io personalmente no ma c’è stata una chiamata a mia...». Tuteliamo il nome della parente che quel giorno, peraltro, si sentì male e venne soccorsa a casa da un’ambulanza del 118 che la trasportò in ospedale.
L’ANTEFATTO. La minaccia arrivò in un momento molto particolare. D’Alessandro, che ha già pagato il suo debito con la giustizia patteggiando a Pescara, nel marzo scorso, due anni e mezzo di reclusione, con le sue rivelazioni, nell’estate del 2013, fece finire agli arresti domiciliari l’ex commissario dell’Ater, Marcello Lancia, il dirigente, Ernesto Marasco e il geometra, Alessandro Faraone. La procura non sa se la telefonata intimidatoria fosse riferita alle accuse che il costruttore stava per fare contro gli ex vertici dell’Ater o agli ex dell’Aca, l’azienda consortile acquedottistica. Sta di fatto che un mese dopo quella telefonata, avvenuta presumibilmente il 10 marzo del 2013, D’Alessandro rilasciò al pm un interrogatorio-bomba che pubblichiamo (riportando le sue risposte al magistrato).
Le sue rivelazioni scatenarono la bufera sull’ente che gestisce l’affaire case popolari a Chieti e provincia.
IL VERBALE. Ecco che cosa disse il costruttore alla pm l’8 aprile del 2013: «Vorrei ora parlarle delle dazioni corruttive che ho cominciato a dare dapprima al commissario dell’Ater di Chieti, tale Marcello Lancia... Ebbi a conoscerlo negli uffici regionali dell’Aquila perché era un funzionario di quell’ente. Lì lo incontrai, ai primi del 2010 e mi disse che avrebbe fatto il commissario all’Ater di Chieti... Mi disse che si recava a Chieti tutti i lunedì e di passarlo a trovare in quell’ufficio... Dopo i primi incontri mi disse che erano in previsione lavori di ristrutturazione post terremoto di palazzine di via Amiterno, a Chieti Scalo... Avvalendomi delle ditte di fiducia dell’ente Ater, io gli fornii un elenco di società da me conosciute che potevano aiutarmi... Presentai questo elenco a Lancia con il quale concordai le tangenti da pagare. In altre occasioni il Lancia mi mandava dal Marasco e in altri casi anche da un tale Alessandro Faraone, affinché consegnassi loro gli elenchi delle società da invitare, da noi concordate, e poi loro ci aggiungevano anche altre ditte».
LE TANGENTI. Fin qui solo rivelazioni su presunti appalti pilotati all’Ater teatina di via Olivieri. Passiamo alle tangenti, o presunte tali. D’Alessandro, sempre in quell’interrogatorio, dice alla Mantini: «I soldi delle dazioni illecite, nella percentuale del 5% dei lavori, li ho dati personalmente al Lancia tranne in un’occasione quando li lasciai a Marasco, presso l’ufficio Ater di Chieti, dentro una busta inserita nel giornale il Centro. Ma era una tangente destinata a Lancia». C’è però un’altra faccia della medaglia.
DAVIDE CONTRO GOLIA. Ecco la storia di Davide, padre di tre figli, che ha perso il lavoro in fabbrica e sta per essere cacciato di casa, un appartamento dell’Ater in via Roma a Canosa Sannita, perché non riesce più a pagare l’affitto. Questa mattina l’ufficiale giudiziario metterà in esecuzione lo sfratto. L’Ater è Golia contro cui Davide sta combattendo la sua battaglia per non lasciare senza casa moglie e tre figli. Il padre disperato ci spiega che l’appartamento in cui vive è invaso dalla muffa e che per anni ha chiesto invano lavori di manutenzione che eliminassero le infiltrazioni. Ha così aperto un contenzioso con l’Ater, grazie anche ad una dichiarazione della Asl che definisce insalubre la sua casa popolare. Poi però Davide ha smesso di pagare l’affitto anche perché non ha più il lavoro in una nota fabbrica della Val di Sangro. Ma l’Ater tira dritto, non guarda in faccia Davide, né si preoccupa del suo dramma: la legge è legge, dice, va rispettata. E gli manda l’ufficiale giudiziario. C’è però un particolare che va sottolineato: a decidere lo sfratto sarebbe stato quello stesso vertice che un costruttore accusa di aver intascato tangenti. Sono storie italiane.

