Aziende e banche truffate, 29 imputati

Sotto accusa la creazione di imprese fantasma per acquistare merce senza pagare: nei guai anche i fratelli Bellia
CHIETI. Aziende truffate, banche raggirate e false assunzioni. La procura vuole il processo per 29 indagati dell’inchiesta Ocean che, partita da Perugia, ha coinvolto l’Abruzzo e, in particolare, la provincia di Chieti. A 14 persone viene contestata l’associazione per delinquere «finalizzata alla commissione di una serie indeterminata di reati», in primis la truffa aggravata: tra loro ci sono i noti fratelli teatini Luciano e Giovanni (detto Gianni) Bellia, rispettivamente di 50 e 52 anni, ritenuti a capo della cellula teatina. Il primo avrebbe «diretto le azioni delittuose organizzando il gruppo senza apparire all’esterno», mentre il secondo avrebbe «presieduto alle riunioni del gruppo, dettando le priorità e ripartendo i compiti dei singoli associati». Al vertice dell’organizzazione – sempre in base all’accusa – c’era il marchigiano Cristiano Cocci Grifoni (40, giudicato in un fascicolo separato), «che intratteneva costanti rapporti con tutti i membri», mentre ricoprivano altri ruoli Vincenzo Tripodi (60) e Domenico Cantoli (62). La procura di Perugia, che ha coordinato le indagini della polizia postale, ritiene che il piano criminale abbia causato danni superiori al milione di euro. Il pm Massimo Casucci ha presentato la richiesta di rinvio a giudizio.
LE AZIENDE. Gli imputati hanno costituito tre imprese fantasma facendole apparire «solide e attive sul mercato» anche attraverso documenti falsi, per poi acquistare merce che veniva pagata solo in parte. I contatti con i fornitori avvenivano tramite mail: mentre i primi pagamenti erano regolarmente onorati, le successive forniture, più consistenti, restavano non saldate. Per evitare il pagamento delle merci ordinate nell’ambito del piano truffaldino, tra cui prodotti ittici e buoni pasto, si ricorreva a vari metodi, tra cui denunce farlocche di smarrimento degli assegni inviati o la falsificazione delle distinte di bonifico. In un caso il gruppo si sarebbe perfino giustificato dicendo che qualcuno aveva effettuato ordinativi falsi a nome loro. È stato anche usato – ricostruisce sempre la procura – un indirizzo mail molto simile a quello del responsabile commerciale di una grande società, inducendo in errore i fornitori ai quali si chiedevano grossi quantitativi di merce.
BANCHE RAGGIRATE. Tra le vittime anche istituti di credito come la Monte dei Paschi di Siena (Mps) e la Credem, dai quali le società fantasma ottenevano mutui e finanziamenti anche a beneficio di presunti dipendenti che, in realtà, non erano assunti: l’accusa calcola somme mai restituite per un totale di oltre 600mila euro. Nel caso di Mps, si parla di un’operazione da quasi 337mila euro, giustificata con l’acquisto simulato di una attività di ristorazione. Ed è scattata anche l’aggravante per il «danno patrimoniale di rilevante gravità».
I FALSI. La procura ha scoperto pure «una truffa finalizzata al conseguimento di erogazioni pubbliche e falsi ideologici per induzione». Si tratterebbe di reati commessi, attraverso assunzioni fasulle, con due obiettivi. Il primo: ottenere o rinnovare permessi di soggiorno di cittadini stranieri che ne erano sprovvisti oppure non avevano i presupposti per il rinnovo del titolo di permanenza sul territorio nazionale. Il secondo fine, invece, era intascare le indennità di disoccupazione erogate dall’Inps per un totale di quasi 100mila euro. Gli imputati hanno sempre negato ogni responsabilità, respingendo in primis la natura associativa dei reati contestati: «Non c’era una struttura organizzativa, anche minima, idonea e adeguata a realizzare gli obiettivi criminosi», è linea della difesa.
L’UDIENZA. L’udienza preliminare è in programma il prossimo 13 marzo davanti al giudice Valerio D’Andria. Gli imputati abruzzesi sono difesi dagli avvocati Gianluca Carlone, Giacomo Cecchinelli, Francesco Terra, Antonio Di Blasio, Massimiliano Ceddia, Michele Toro e Francesco Manfredi.

