«Ball, sì agli aiuti per salvare 70 famiglie»

Sorial del M5S si schiera con i lavoratori licenziati: serve un anno di cassa integrazione. I dipendenti: ci hanno tolto la dignità
CHIETI. Dodici mesi di cassa integrazione e l’utilizzo di strumenti finanziari messi a disposizione dal Governo per la reindustrializzazione del sito. È l’appello che Giorgio Sorial, vicecapo di gabinetto del ministero dello Sviluppo economico, rivolge ai vertici americani della Ball Beverage Packaging, l’azienda di lattine che ha deciso di chiudere lo stabilimento di San Martino sulla Marrucina, licenziando 70 dipendenti il giorno di Natale e delocalizzando la produzione in Serbia per circa 10 mesi, per poi potenziare un unico stabilimento in Italia, quello di Nogara. C’era anche il parlamentare del Movimento 5 stelle ieri a Chieti per l’assemblea indetta dal presidente della Provincia, Mario Pupillo, a tutela dell’occupazione. Insieme a lui il presidente vicario della Regione, Giovanni Lolli, i sindaci Luciano Giammarino di San Martino sulla Marrucina, Simone Dal Pozzo di Guardiagrele, Adamo Carulli di Roccamontepiano, Camillo D’Onofrio di Fara Filiorum Petri, Katja Baboro di Torrevecchia Teatina e il vice sindaco di Rapino, Nicola Della Valle, e Giorgio Di Clemente di San Giovanni Teatino, oltre ai deputati Daniela Torto (M5S) e Camillo D’Alessandro (Pd). «La trattativa è in salita perché la multinazionale non comprende gli effetti della decisione e nemmeno l’esistenza di alcuni strumenti che negli Stati Uniti non hanno», dice Sorial. «Il primo passo è congelare la procedura di licenziamento, che andrà a scadere proprio il giorno di Natale, cosa inaccettabile. Noi mettiamo a disposizione una cassa integrazione per 12 mesi e gli strumenti finanziari dello sviluppo economico nel caso in cui ci fossero aziende interessate a mantenere quella produzione e a farne altre. Siamo a disposizione per compartecipare anche dal punto di vista finanziario. Gli strumenti ci sono, il Governo ha reintrodotto delle casse integrazioni tolte dal Jobs act, quindi oggi i lavoratori potrebbero essere in condizione di avere 12 mesi di cassa integrazione per la reindustrializzazione. È chiaro che l’istanza deve farla l’azienda, quindi facciamo un appello ai vertici americani: negli Stati Uniti questi strumenti non esistono, ma diamo la possibilità ai lavoratori di continuare la produzione e al territorio di continuare ad avere un’attività produttiva importante». La Ball finora ha respinto la richiesta della cassa integrazione, l’unico strumento in grado di garantire un sostegno ai dipendenti con la possibilità di reindustrializzare il sito di San Martino. Per il presidente Pupillo «quello che sorprende è che questa delocalizzazione è determinata da un mero calcolo economico che non guarda in faccia a nessuno». «Ho seguito 113 crisi aziendali, ma una così non l’avevo mai vista, né per i modi né per i tempi», spiega Lolli. «Siamo di fronte alla chiusura di uno stabilimento che produce. Tutti devono sapere che c’è un’azienda che a Natale senza motivo manda i lavoratori a casa e si rifiuta di guadagnare un anno di cassa integrazione: una prepotenza del genere non la sopporteremo». C’erano anche i lavoratori che hanno indossato una maglia con l’hastag uomininonlattine e allestito un albero di Natale, sotto il quale il “pacco regalo” è il licenziamento. «Quest’azienda ci sta togliendo la dignità», è lo sfogo di un dipendente. «Non vi lasceremo soli», promettono i sindacalisti Dorato Di Camillo (Fim Cisl) e Andrea De Lutiis (Fiom Cgil).
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