Bancarotta da 14 milioni, condannato

8 Novembre 2017

Pena di 6 anni all’imprenditore di abbigliamento Bevilacqua: sotto accusa cartolarizzazione e vendita di un marchio di lusso

CHIETI. Una operazione di cartolarizzazione che avrebbe portato nelle tasche di una società di abbigliamento all’ingrosso oltre 14 milioni e mezzo di euro e la cessione di un marchio di moda da parte della stessa società che le avrebbe fruttato altri 14 milioni di euro. Entrambe le operazioni, finite nel mirino della procura, hanno portato alla condanna a 6 anni per bancarotta fraudolenta dell’amministratore della società, il 53enne teatino Giuseppe Bevilacqua (nella foto a destra), noto anche per essere stato dirigente nel mondo del calcio, a capo della Junior Fashion Group, con sede a Ortona, società controllata dalla Mariella Burani Fashion Group. I giudici Geremia Spiniello, Isabella Allieri e Andrea Di Berardino hanno sposato la tesi dell’accusa (rappresentata dal pm Giuseppe Falasca che aveva chiesto 5 anni) secondo cui la società di Bevilacqua non aveva mai restituito i 14 milioni e mezzo della cartolarizzazione alla società che l’aveva portata a termine, la francese Natixis e non aveva mai realmente venduto il marchio a una società con sede a Hong Kong. La Junior Fashion Group è stata dichiarata fallita nel 2010. Fallita anche la Mariella Burani Fashion Group. Il curatore del fallimento della Junior Fashion Group è l’assessore comunale al Bilancio Valentina Luise. I fatti risalgono al 2008, quando la casa madre stipula operazioni di cartolarizzazione con la francese Natixis (che figura tra le parti offese). La Natixis, però, non riceve mai i 14.552.019 euro che avrebbe dovuto riavere dalla Junior Fashion e sporge denuncia per appropriazione indebita. Reato che, intervenuto il fallimento, si è trasformato in bancarotta fraudolenta. La vicenda del marchio “Amuleti J”, ceduto alla Word Sign Trading di Hong Kong, suscita invece dubbi per la complessità della materia. Per tentare di dipanare la matassa ci fu anche una rogatoria internazionale. Comunque per la procura «la cessione risultava del tutto fittizia» e «l’appostamento in bilancio non era corretto e falsava la realtà patrimoniale della ditta fallita». Le cose non stanno così per l’avvocato della difesa Nobile Ranieri: «La cessione d’uso trentennale c’è effettivamente stata e, visto che la vita di un marchio è in genere inferiore a 30 anni, si tratta di una vera e propria vendita. E, secondo le norme di settore, il risultato poteva essere inserito subito in bilancio e non in diverse rate». Per quanto riguarda la cartolarizzazione, invece, per il difensore «l’operazione era stata stipulata dalla casa madre e la Fashion Group ci si è solo ritrovata in mezzo». E dunque, «non ci sono prove della distrazione di fondi ipotizzata dall’accusa».