Bimbi nel bosco, un caso di maoismo rieducativo: o ti converti o ti puniscono

Lo Stato dovrebbe intervenire quando viene leso un diritto dei minori, non quando vengono prese scelte educative diverse dalla maggioranza
PALMOLI. Avere la televisione in casa per guardare il film del “Re Leone”, andare al mare, bere l’acqua da una bottiglia di plastica: percorsi obbligati nella crescita di un bambino o facoltà su cui un genitore può incidere in base alle proprie convinzioni educative? Nelle 17 pagine dell’ordinanza che dispone la “semi-libertà” per i bimbi del bosco, l’ago della bilancia sembra propendere per la prima opzione.
Tra le motivazioni principali che spingono il tribunale minorile aquilano a respingere la richiesta di ricongiungimento immediato, non si leggono rischi di violenze, abusi, maltrattamenti – non appartengono alla storia dei Trevallion – ma «l’incidenza del loro stile educativo (di Nathan e Catherine, ndr) sullo sviluppo psicologico, educativo, affettivo e relazionale dei minori». Significa che il problema, secondo il collegio di giudici fino a tre giorni fa presieduto da Cecilia Angrisano, riguarda come la coppia anglo-australiana ha scelto di crescere i suoi tre figli. Tutto sta nel capire la declinazione di questo “come”: se contro la legge o all’interno del suo perimetro, seguendo semplicemente una filosofia di vita alternativa a quella del “senso comune”. Se fosse vera la seconda ipotesi, allora non si tratterebbe di ristabilire la legalità, ma di rieducazione vera e propria. Un maoismo pedagogico in salsa occidentale, dove il confine tra richiesta di rispetto delle regole e di conformismo scompare. Il punto non è solo imporre una decisione: ai Trevallion viene chiesta una rinuncia totale ai propri principi. Devono dare prova della loro conversione alla fede laica delle bottigliette di plastica e dei film Disney. L’alternativa? La punizione.
Prendiamo il nodo scuola. Non è sicuramente contro la legge l’homeschooling, il percorso d’istruzione tra le mura di casa con un insegnante riconosciuto o un genitore che dimostri di avere “adeguate competenze”. Lo Stato riconosce questa possibilità come una valida alternativa alla scuola pubblica; il tribunale per i minorenni dell’Aquila non la riconosce alla famiglia del bosco. «L’istruzione parentale può considerarsi legittima se correttamente attuata nel rispetto di tutte le regole che la disciplinano (come è assodato che non sia avvenuto nella specie)», scrive il tribunale. Si riferisce al passato. In questi mesi la famiglia ha fatto numerosi passi avanti: non più il metodo Steiner (l’unschooling, ndr) che avrebbe «leso» il diritto all’istruzione e alla relazionalità dei minori, ma un programma di istruzione parentale che prevede l’utilizzo di due docenti e la costituzione di una classe “domestica” con altri bambini, figli di amici appartenenti alla realtà neorurale del Vastese. Proposta bocciata. I piccoli hanno chiesto di frequentare la scuola pubblica (anche se, la scuola, non sanno cosa sia, visto che non ci sono mai andati), i giudici esigono che sia così, che seguano lo stesso percorso d’istruzione di molti loro coetanei. Non sarebbe un obbligo, in teoria; lo diventa, di fatto, per i bimbi del bosco, anche se lo Stato non lo prevede. Il tribunale può imporlo, perché la responsabilità genitoriale di Nathan e Catherine è sospesa da tempo. E lo potrebbe fare anche se i bimbi tornassero a casa propria: perché non accade? Perché prima devono dimostrare di aver abiurato le loro idee. Il maoismo della cattedra non prevede alternative: o ti conformi, o non ne esci.
Un altro capitolo spinoso è quello della tecnologia. La famiglia del bosco a casa non ha una televisione, ma in comunità i piccoli hanno potuto vedere il film del “Re Leone”. È stato molto apprezzato. «Ci piacerebbe avere la tv anche a casa, ma non so se mamma e papà saranno d’accordo, però glielo chiederemo», si legge nella trascrizione del colloquio tra i bimbi e i giudici riportato dall’ordinanza. I Trevallion hanno scelto uno stile di vita nella natura, lontano dai comfort della modernità (anche se Catherine lavora dal computer), e soprattutto hanno scelto di tenere lontani i figli dal mondo del digitale, almeno in una prima fase della loro vita. In un periodo storico in cui si discute del rapporto dannoso tra minori e social, con tanto di Paesi che approvano leggi per vietarne l’utilizzo sotto una certa soglia d’età, è una decisione che non sorprende più di tanto. Quasi tutti a casa hanno una televisione e la stragrande maggioranza dei minori ha quotidianamente un cellulare in mano prima dei dieci anni: diritto dei bambini o scelta educativa – giusta o cattiva che sia – in capo ai genitori?
Nell’ordinanza viene riportata anche una relazione della casa famiglia dello scorso giugno. Il tema sono le gite al mare dei piccoli Trevallion. «Gli educatori», si legge, «segnalano il protrarsi del disappunto della madre per le modalità di svolgimento degli incontri e le eccessive preoccupazioni inculcate nei figli dopo aver notato il loro entusiasmo per il mare, definito dalla stessa pericoloso e correlato a eccessive preoccupazioni legate all’esposizione al sole, all’utilizzo della crema protettiva e alle bottigliette di plastica dove bere acqua». Catherine è ecologista, ripudia l’utilizzo di plastica ed è diffidente nei confronti degli unguenti per proteggersi dai raggi solari che, per lei, non sono particolarmente pericolosi. Discutibili o meno, sono principi in cui lei crede. Non solo le viene chiesto di guardare i propri figli fare cose a cui lei è contraria, ma le viene rimproverato di non sorridere, di non mostrare piena approvazione.
Il tema dovrebbe essere se non andare al mare o non utilizzare contenitori di plastica incida sui diritti dei bambini, ovvero l’ipotesi in cui lo Stato è chiamato a intervenire in difesa del “supremo interesse dei minori” per ristabilire l’ordine. Ma, se si tratta solo di principi educativi diversi dalla morale del senso comune, non contrari alla legge, lo Stato deve agire comunque? Chi interviene in un contesto del genere sta custodendo la legge o sta imponendo il modello della maggioranza, come fosse un suo dovere plasmare le scelte educative verso un orientamento generalmente condiviso? Il rischio è che un cittadino finisca per essere considerato un “buon selvaggio” da raddrizzare o – altrimenti – punire.
Per lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della famiglia Trevallion, si tratta di elementi «paradossali» dell’ordinanza che «lasciano sconcertati». «Sembra quasi che per costringere i genitori a rinunciare ad un loro diritto costituzionale, la scuola parentale, i bambini siano costretti a permanere in una casa famiglia», commenta Cantelmi. «Genitori amorevoli, buoni e affettuosi, costretti ad incontri protetti, non si capisce da cosa i bimbi debbano essere protetti, forse dal fatto che Catherine preferisca offrire loro della frutta in luogo di merendine? Oppure che faccia godere a questi bambini l’armonia della natura al posto della TV?». Il maoismo rieducativo non lo prevede.
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