«Bombe dal cielo, i nostri ricordi»

Lanciano, parlano 7 testimoni dell’assalto del 1944: i racconti diventeranno un libro
LANCIANO. In sette hanno risposto all’appello del sindaco Mario Pupillo per ricostruire, attraverso le testimonianze di chi quel giorno c’era, il bombardamento aereo di piazza Plebiscito. Testimonianze che confluiranno in una pubblicazione per conservare la memoria soprattutto a beneficio delle giovani generazioni.
Era il 20 aprile 1944 quando due bombe sganciate da aerei nazisti incenerirono il centro di Lanciano. Da allora sono passati 75 anni, ma i ricordi di quei tragici fatti sono rimasti vivi nella memoria di questi ultraottantenni. Il più “giovane”, 82 anni, è Nicola Vespasiano, all’epoca appena 7 anni. «Ero dalle suore del Sacro Cuore a corso Roma», racconta allo storico Mario Salvitti che raccoglie le testimonianze, «alle 11 in punto suor Letizia ci chiamò a guardare dalla finestra la “cicogna”, un aereo che sorvolava Lanciano come ricognitore». Poco dopo arrivarono i due caccia che sganciarono una bomba su piazza Plebiscito e una sull’ex liceo, al Corso, provocando la morte di 35 civili e di oltre 450 soldati alleati. «L’obiettivo doveva essere il teatro Fenaroli, dove era in corso una riunione di militari delle truppe alleate», dice Adolfo Pasquini, 89 anni. «L’esplosione all’ex liceo fece cadere la porta di casa», racconta Serafina Pantaleone, 87 anni, insieme al fratello Vincenzo, 84, «nostro padre ci urlò di metterci sotto al letto, poi ci disse di andare al tunnel alla Fonte del Borgo. Era pieno di gente, i soldati col turbante (gli indiani, ndc) si rotolavano dalla collina, con le facce scorticate, piene di sangue. Abbiamo visto la paura, e quella non si dimentica».
«Verso le 11 mi trovavo davanti al cimitero», ricorda Benito Rapino, 85 anni, «giocavamo all’aperto vicino ai fossi scavati dagli americani per metterci i rifiuti. Dall’ospedale a via Del Mare c’erano centinaia di cannoni messi a batteria. Sentimmo un fruscio, i caccia passarono due volte e iniziarono a sparare. Sebastiano, un amico di mio fratello, mi prese e mi buttò in un fosso. Mi salvò, lui si prese una pallottola incendiaria». «Mio padre era impiegato in Comune, temevo per lui», racconta Stanislao Sala, 86 anni, «ma era riuscito a ripararsi. Mia sorella Giovanna, invece, rimase colpita al polpaccio mentre scendeva le scalette dei Portici». «Di fronte alla piazza c’era un piccolo bar, sui muri c’era carne umana», è la scioccante immagine che Gaetano Stella, 89 anni, conserva tutt’oggi, «per diverse notti mi tornò in mente quel che avevo visto. Mia madre per giorni non mi fece muovere da Civitanova: eravamo in piena guerra e poteva succedere ancora». «Ho dei flash di memoria, vedo ancora a terra pezzi di sangue, un vigile spezzato in due dalla bomba», si commuove Vespasiano, «abbiamo avuto la guerra in casa, le nuove generazioni devono sapere». «In piazza Plebiscito la bomba fece un buco», ricorda Serafina, «non dovevano richiuderlo, doveva rimanere come esempio». «Cercheremo di individuare altre testimonianze (il brutto tempo ha fermato più di uno, ndc) che possano mettere meglio a fuoco quella che fu una mattinata senza precedenti per la nostra città», dice Salvitti, «dalla viva voce di chi si è trovato in quella drammatica occasione abbiamo appreso che si è trattato di qualcosa di veramente immane e terribile. Bisogna conservare la memoria per i giovani».

