Borse di studio “povere” L’università deve pagare

11 Aprile 2019

Risolto il caso legato alla vecchia gestione della d’Annunzio. Il giudice: «Tra il 2000 e 2007 specializzandi in medicina retribuiti meno del dovuto». E adesso scatta il risarcimento

CHIETI. L’università d’Annunzio è stata condannata a pagare oltre 365mila euro a 18 ex medici specializzandi, ormai diventati professionisti affermati, che avevano ricevuto borse di studio troppo povere negli anni della formazione. A stabilirlo è una sentenza del giudice del lavoro di Chieti, Laura Ciarcia. Ai 18 va dunque riconosciuta la differenza economica fra quanto percepirono tra il 2000 e il 2007, ovvero circa 800 euro al mese, e quanto invece sarebbe spettato loro, ossia quasi il doppio.
La parola fine è arrivata dopo una battaglia iniziata nel 2010. La causa di primo grado, davanti a un altro giudice del lavoro di Chieti, Ilaria Prozzo, era andata male agli specializzandi. Ma i ricorrenti, assistiti dall’avvocato Omar Sanelli, non hanno gettato la spugna rivolgendosi alla Corte d’appello dell’Aquila. E i giudici di secondo grado – Rita Sannite (presidente), Ciro Marsella e Paola De Nisco – hanno ribaltato la sentenza: agli appellanti è stato riconosciuto il diritto alla rideterminazione triennale delle borse di studio percepite.
La vicenda, che è esplosa in tutta Italia, risale alle direttive europee che imposero agli Stati membri di corrispondere una «adeguata remunerazione» ai camici bianchi per gli anni di specializzazione in Medicina. Compensi qualificati come borse di studio «in considerazione del fatto che il particolare impegno richiesto per seguire attività di formazione non consentirebbe agli specializzandi di procurarsi da vivere in altro modo», è ricordato nella sentenza dei giudici aquilani. Ma in Italia, nonostante l’obbligo comunitario risalisse al 1993, non fu riconosciuto un adeguato trattamento economico fino al 2006. Ecco perché i 18 medici si sono aggiudicati il secondo round. Come prevedibile, il ricorso è stato respinto nella parte in cui gli specializzandi ritenevano che l’ammissione e la frequenza alla scuola che forma medici specialisti determinasse la costituzione di un rapporto di impiego, quindi di lavoro subordinato. Il motivo? «Le prestazioni sono finalizzate soprattutto alla formazione teorica e pratica del medico specializzando e non a procacciare utilità alle strutture sanitarie nelle quali si svolge l’attività necessaria per tale formazione», specifica la Corte d’appello citando una pronuncia della Cassazione.
Il resto è storia recente. È toccato al tribunale di Chieti, dopo che la sentenza è passata in giudicato, quantificare le somme da restituire ai camici bianchi. Parliamo di cifre comprese tra 11.561 euro e 24.791 euro per ogni singola posizione. Il giudice del lavoro Ciarcia ha riconosciuto anche 1.456,50 euro di risarcimento in favore di ciascun ricorrente. Si legge in un passaggio dell’ultimo provvedimento: «Quanto alla domanda di risarcimento del danno ulteriore provocato dalla resistenza temeraria dell’università, deve effettivamente osservarsi come l’unica difesa nel merito frapposto alla pretesa dei ricorrenti sia consistita nella proposizione di una deduzione che sarebbe stato necessario formulare nel precedente giudizio». In altre parole: «Pur essendo stata già sollecitata in via stragiudiziale all’esecuzione di una sentenza ormai definitiva, l’università ha ingiustificatamente indotto le parti ricorrenti a instaurare un giudizio senz’altro evitabile». Motivo per cui, secondo il tribunale di Chieti, all’ateneo può essere addebitata una «responsabilità aggravata». La conclusione è dell’avvocato Sanelli: «Adesso la speranza è che l’università decida finalmente di pagare senza allungare ulteriormente i tempi».
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