Botte per la giacca del Pescara, condannato

18 Aprile 2018

Pena di tre anni a un giovane teatino. L’accusa: ha aggredito un 20enne con il giubbino biancazzurro

CHIETI . Avrebbe pestato un pescarese perché indossava un giubbino del Pescara Calcio durante i festeggiamenti del carnevale teatino del 2015. Per il tribunale è il 29enne di Chieti, originario di Campi Salentina, Daniele Petrelli, uno degli otto aggressori del pescarese, allora ventenne, che il 17 febbraio 2015 era venuto da Pescara a Chieti per assistere alla sfilata di carnevale. Indossava un giubbino con il logo del Pescara e la cosa non è piaciuta a un gruppetto di teatini che lo ha aggredito e gli ha strappato di dosso la giacca. Dentro c’era il portafoglio con 200 euro. Dettaglio che ha fatto scattare il reato di rapina anziché quello di lesioni. Ad aggredirlo erano stati in otto. La polizia ne ha identificati solo due. Uno è stato assolto con rito abbreviato. Petrelli, difeso dall’avvocato Marco Di Giulio, è stato condannato invece per rapina a 3 anni più mille euro di multa.
L’aggressione è avvenuta nella zona di piazza Matteotti. Dopo le botte, la vittima fu lasciata a terra in preda allo stordimento, fin quando non sono arrivati i soccorsi. Secondo l’accusa, ieri sostenuta in aula dal sostituto procuratore Giuseppe Falasca, non ci sono dubbi: il ragazzo si è procurato «un ingiusto profitto, con violenza consistita nel contenere al suo interno la somma contante di 200 euro», si legge nel capo d’imputazione a suo carico. Ma non c’è stata una individuazione certa dell’imputato. È certo invece che Petrelli era al carnevale ed era nelle vicinanze del ragazzo aggredito. Come hanno testimoniato sia i testi dell’accusa che quelli della difesa. In particolare, i due amici che quel giorno erano con Petrelli, Mario De Marco e Andrea Fornarelli, hanno detto entrambi al collegio giudicante, presieduto da Geremia Spiniello, che erano al carnevale, ma poi hanno visto della «confusione» e se ne sono andati alla svelta. Anche Petrelli si è allontanato di corsa quando ha notato la «confusione», come testimoniano le immagini di alcune telecamere di sorveglianza della zona. «Questo non significa che sia stato lui uno degli aggressori, visto che nessuno lo ha riconosciuto come tale», ha ribadito l’avvocato Di Giulio, che ora attende di leggere le motivazioni della sentenza per avviare il ricorso in appello. (a.i.)
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