Caccia al bombarolo fuggito con le ciabatte

27 Giugno 2019

Roberto Di Santo ha con sé un tablet, ma è spento: l’ipotesi è che non sia andato lontano da Rosello 

CHIETI. Il “bombarolo” è scappato in ciabatte dalla casa di cura dove si trovava in libertà vigilata. Emergono nuovi dettagli sull’allontanamento di Roberto Di Santo, 64 anni di Roccamontepiano, che seminò il panico fra Chieti e Pescara con una serie di incendi, tra cui il clamoroso attentato con un’autobomba al tribunale in piazza San Giustino.
L’uomo è fuggito lunedì scorso dalla struttura residenziale riabilitativa e psichiatrica Quadrifoglio di Rosello. Continuano le ricerche dei carabinieri: l’ipotesi è che Di Santo non si sia allontanato troppo dalla casa di cura. Il 64enne ha con sé un tablet, ma dal giorno della fuga lo ha tenuto sempre spento. Gli investigatori scavano nella vita di Di Santo per capire dove possa aver trovato un eventuale appoggio.
Nel 2013, prima di essere arrestato dai militari dell’Arma, il “bombarolo” restò latitante per 10 giorni: venne bloccato in un casolare di Rosciano, in provincia di Pescara, con una scorta di viveri che gli avrebbe consentito un’autonomia di altre settimane, un televisore portatile da cui seguiva e registrava tutto ciò che lo riguardava, un pc e materiale informatico.
«L’imputato ha sempre riconosciuto la volontà di porre in essere gesti eclatanti per attrarre l’attenzione del sistema giustizia», hanno scritto i giudici di primo grado nella sentenza che lo ha condannato a 5 anni di reclusione. Sarebbe stato consapevole, Di Santo, degli atti incendiari commessi non solo ammettendoli durante il dibattimento ma anche, come spiegano le motivazioni, «confessando le sue responsabilità attraverso i cd video».
L’inchiesta del “bombarolo” riporta all’8 gennaio 2013 quando l’impiantista disoccupato prima piazzò un ordigno in una villetta – considerato innocuo – e poi si diede alla fuga incendiando varie auto, tra cui una di fronte al tribunale di Chieti. La latitanza finì dopo 10 giorni. (g.let.)