Canestri, funi e clavette I D’Ottavio casa e palestra

La storia di una famiglia con l’agonismo nel Dna, dal padre Filippo campione di basket fino a Fabrizia, farfalla d’argento della ginnastica: «Iniziò tutto con una liquirizia»
CHIETI. Una bella storia di sport scritta da belle persone. Ed iniziata sul finire degli anni Sessanta quando lo sguardo di due ragazzi alti e magri si incrociò al campo basket della Villa comunale, per diverse generazioni epicentro di una grande passione cittadina. La ragazza alta e magra è Paola Febo che si allenava con la squadra del Cus Chieti ed accettò l’invito «a fare due passi per arrivare a comprare delle liquirizie» da parte del ragazzo alto e magro, un po’ timido ma anche determinato, ovvero Filippo D’Ottavio, appena arrivato in città per indossare la maglia della mitica Birra Moretti.
«Studiavo in collegio a Pesaro dove iniziai a giocare a pallacanestro e, proprio sul quel campo all’aperto, fui contattato durante un torneo estivo dai dirigenti locali, intenzionati a mettere assieme una formazione ambiziosa», spiega Filippo che, di quella squadra, divenne per tanti anni un protagonista in senso assoluto. Con la serietà, il garbo e l’estrema professionalità di sempre. LA GABBIA. Pagine memorabili, a cominciare dall’accesso in serie B conquistato in uno spareggio contro il Rieti segnato da una sua strepitosa prestazione. «Arrivò anche la promozione in A2 in un entusiasmo travolgente attorno ad un gruppo di giocatori in massima parte del posto. Si giocava alla palestra di Colle dell’Ara, regolarmente stracolma un’ora prima della partita e che noi chiamavamo “la cajòla”, cioè la gabbia, piena di fumo e di passione. Conquistammo bellissime vittorie anche contro formazioni blasonate in un crescendo che raggiunse il suo apice con il marchio Rodrigo». Intanto Filippo e Paola si erano sposati ed erano arrivati due bambini, Fabio e Fabrizia, ovviamente destinati a crescere alti e magri. Quasi consequenziale, per Fabio, anche entrare nel vivaio della società di Cesidio Di Masso che, dopo la scomparsa della prima squadra, mantenne per anni viva la tradizione cestistica cittadina: «Con lo stesso Di Masso un ottimo rapporto, sapevo di essere guardato da tutti con curiosità ma la cosa non mi pesava e la figura di papà non mi ha mai condizionato. Giocavo e mi divertivo. Me la cavavo abbastanza bene e rifiutai anche il passaggio in altre squadre. Poi, però, alcune vicende societarie spensero un po’ la mia passione e decisi di smettere».
FARFALLA D’ARGENTO. I passi della piccola Fabrizia, intanto, si erano mossi, ad appena cinque anni, verso la palestra della società di ginnastica ritmica Armonia e, a casa D’Ottavio, praticamente ogni giorno, era tutto un susseguirsi di date, orari e appuntamenti sportivi. «Tra partite, gare e allenamenti, si programmavano festività e ferie», spiega sorridendo Paola, «allora avevo anche un negozio di abbigliamento ma il tempo per seguire le attività dei ragazzi lo si trovava sempre». Nel frattempo, per Fabrizia, risultati di assoluto spessore fino alle prime convocazioni in nazionale e al trasferimento al centro federale di Desio. «L’inizio di un periodo fantastico», racconta la “farfalla d’argento”, «ma quanto mai impegnativo. Ore e ore di allenamento per poi affrontare trasferte lunghissime. Un’avventura durata tredici anni e che mi ha dato tanto sotto ogni aspetto. Sapevo, comunque, che a Chieti, dove tornavo con valigie cariche di abiti per il cambio stagionale, c’erano loro, purtroppo lontani ma sempre incredibilmente vicini». Inutile soffermarsi su una carriera che fa parte della storia dello sport nazionale, fino alla medaglia d’argento alle Olimpiadi di Atene nel 2004 e al titolo mondiale di Baku nel 2005.
FINESTRINI DEL PULLMAN. Sempre tra “cose sognate e ora viste”, in giro per il mondo. «Un mondo visto però dai finestrini di un aereo oppure di un pullman nei trasferimenti ai vari palasport. Ma andava bene così». Tra nastri, palla, clavette e funi, sapendo che una minima incertezza può mortificare il lavoro di anni. «Gareggiare davanti a tanta gente con addosso i colori azzurri non può che lasciarti poi addosso un senso di sicurezza», continua Fabrizia che, dopo l’agonismo, si è impegnata in diverse attività tra cui quella di commentatrice Sky per la ginnastica, assieme a Juri Chechi, in occasione delle Olimpiadi di Londra nel 2012. Ancora ricordi legati ai cinque cerchi. «Particolare l’esperienza ai Giochi di Pechino nel 2008. Biglietti finiti, bisognava ricorrere al bagarinaggio che era peraltro severamente proibito. Ma non potevamo mancare e, alla fine, si riuscì in qualche modo ad assistere ad una gara in cui la nostra rappresentativa fu anche parecchio penalizzata», racconta Filippo, titolare di una importante azienda che commercializza tecnologie per la sanità e nella quale sono ora impegnati anche Fabio e Fabrizia.
MATURITÀ ALLE ORSOLINE. Una famiglia dove traspare, in ogni caso, un forte legame con la città. «Che purtroppo non è riuscita a valorizzare la propria diversità ed un grande patrimonio storico e culturale», sottolinea ancora Filippo mentre da Fabrizia arriva un altro segno di appartenenza: «Feci di tutto per sostenere l’esame di maturità, proprio nell’anno delle Olimpiadi di Atene, all’istituto delle suore Orsoline nel quale ero cresciuta e che ora non c’è più. Questa è casa mia e, quando qualche amica viene a trovarmi rimanendo meravigliata, pur tra tanti problemi, dalla nostra realtà, mi fa enormemente piacere. E anche un po’ di rabbia».
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