Carichieti, al capolinea la trattativa sugli esuberi

16 Novembre 2015

Taglio del personale, entro la fine di questa settimana l’accordo con i sindacati Il costo di gestione subirà un drastico meno 30 per cento, ma è l’unica soluzione

CHIETI. La trattativa sindacale per la Carichieti arriva al capolinea. Quella che si apre è la settimana in cui i due commissari inviati da Roma e i rappresentanti dei sindacati sigleranno l’accordo che porterà la banca ad alleggerirsi per rilanciarsi in maniera più appetibile sul mercato. Tra i tagli da apportare quello più doloroso si abbatte sul costo del personale, lievitato durante le passate gestioni, che sarà sfalciato del 30%. Un obiettivo che non viene contestato dalle forze sindacali, che sanno bene che attraverso la necessità di stringere la cinghia passa la sopravvivenza stessa della banca. Su come arrivare a questo obiettivo invece è battaglia. Ma ormai siamo alla fine. L’accordo ci sarà, le premesse ci sono tutte e, come da programma, entro venerdì prossimo dovrebbe esserci la firma. A rallentare il cronoprogramma, sinora rispettato tappa dopo tappa, è però la notizia secondo cui l’Europa intende trattare alla stregua di aiuti di stato i soldi del Fondo interbancario da destinare al salvataggio delle “quattro sorelle”, ovvero Carichieti, Banca delle Marche, Banca dell’Etruria e Cari Ferrara. Per i quattro istituti di credito in difficoltà il Fondo per la tutela dei depositi sarebbe stato pronto a mettere a disposizione circa 2 miliardi di euro. Ma se l’Europa li considera aiuti di stato, il Fondo, e il conseguente salvataggio, sono destinati a stopparsi. La notizia, piombata come un incubo sulla trattativa sindacale, potrebbe avere come primo effetto quello di rallentare i ritmi serrati con la quale è andata avanti sinora. Nonostante tutto, i sindacati sembrano comunque ottimisti. Alessandro Roselli, segretario regionale Uilca, si dice certo che si troverà una soluzione. Magari anche alternativa a quella del Fondo. D’altronde, se dovessero essere rimborsati i depositi garantiti delle quattro banche, la somma ammonterebbe a 12,5 miliardi di euro, soldi che il Fondo non possiede. Secondo Roselli «ci sono spazi per una possibile soluzione alternativa. Occorre utilizzare uno strumento di raccolta fondi di tipo privatistico, strumento che andrebbe alimentato dalle stesse banche che costituiscono il Fondo interbancario. Si tratta dunque di mettere in campo un veicolo ad hoc, una sorta scatola-holding che acquisirebbe partecipazioni nelle quattro banche da salvare mettendo a disposizione quei 2 miliardi che servono». A preoccupare sono, però, i tempi: modificare in corsa lo strumento tecnico di intervento li farà probabilmente allungare. Ma sforare nel 2016 comporterebbe problemi anche per l’entrata in vigore della direttiva sul Bail in che fa tremare i correntisti con depositi superiori a 100 mila euro, chiamandoli in causa per risanare le banche.