Case a pezzi, ecco il quartiere fantasma

Il rione Tupone distrutto dalla frana che non si ferma: mai fatti i lavori di consolidamento, residenti da 14 anni fuori dagli edifici
LANCIANO. Di alcune case è rimasta la facciata, poi, dietro solo erba e ricordi dei muri che la chiudevano. Di altre, i muri ci sono ancora ma solcati da crepe profonde che si allungano ovunque come ferite che dividono in due le abitazioni. Sono le case (o quel che resta) del rione dei Tupone in contrada Sabbioni, distrutte dalla frana. Case abbandonate, che vivono ancora in qualche caso grazie alle “visite” dei vecchi proprietari che lì hanno ancora piccoli terreni da accudire e ricordi da conservare.
Vecchie foto e pochi mobili sono in una casa che ormai al posto dell’intonaco ha crepe e mattoni a vista: «Prima qui c’erano circa trenta famiglie», racconta un’anziana che nel 2008, per la frana, è stata costretta ad andare via, l’ultima a lasciare quel rione dimenticato di contrada Sabbioni, a nord della città. «Poi man mano, a causa della frana che viene da Santa Giusta, le nostre case hanno cominciato ad avere crepe e fratture», aggiunge, «alcuni proprietari nel frattempo sono morti, come il sarto della casa accanto la mia (abitazione che ora ha il tetto staccato per metà), altri sono andati via. Restare qui con la frana che incombeva, e incombe, è impossibile». Ma lo è anche staccarsi da mura che conservano ricordi di una vita: «Passo quasi ogni giorno anche se è tutto disabitato», continua la pensionata, «veniamo a fare passeggiate, a controllare la terra. C’è la mia vita. Qui prima passava gente che andava verso Frisa, di là dal Feltrino o chi andava al mercato coperto». C’era traffico, un tempo. Fino a trent’anni fa quando le lesioni alle case per le frane sono diventate fratture che hanno portato a sgomberi durati anni.
«La cantina ormai non è più dritta, tutto scivola giù verso il Feltrino», aggiunge un ex residente. E il Feltrino è diviso dal resto del terreno da uno strapiombo. Questo è il punto zero della frana. Studi del geologo Luigi Carabba avevano indicato questa area a ridosso del Feltrino come la prima su cui intervenire con rafforzamenti, drenaggi. Poi si doveva risalire su, verso il bosco Barbati, che regge gran parte del terreno e dove si sarebbe potuta realizzare una stradina per bici, pedoni e per la protezione civile per controllare gli smottamenti. E infine arrivare a monte, alla Gunite. Ma i lavori, causa cedimenti per le alluvioni del 2003 e 2005 sono stati capovolti dalla Provincia: l’intervento di consolidamento è partito dalla Gunite per proteggere le case che altrimenti sarebbero sprofondate, ma non è più sceso a valle, verso il rione dimenticato dei Tupone.
Frane che continuano a Santa Giusta in più punti, tre i versanti attivi: alla Gunite, vicino la chiesa e ai Morena. Cedimenti che hanno portato il Comune a redigere un progetto da oltre 2,6 milioni per rinforzare tutta la contrada che però la Regione ha finanziato solo in parte. «La Regione ha concesso 1,5 milioni», dice il vicesindaco Giacinto Verna, «per lavori sull’area della chiesa, zona r4, ossia col livello massimo di rischio. Qui c’è una casa sgomberata, la strada da preservare. Il progetto è stato da poco validato dal ministero ed è tornato in Regione. Ora tocca agli uffici regionali darci i soldi per poter far partire l’appalto».
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