Case popolari, uno assolto e otto a giudizio

3 Luglio 2015

Davanti al giudice gli imputati teatini di false dichiarazioni per ottenere un alloggio dall’Ater

CHIETI. Tutti rinviati a giudizio, meno uno, i nove inquilini di case popolari accusati di aver ingannato l’Ater per non perdere l’alloggio. Secondo l’accusa, sostenuta ieri dal procuratore Pietro Mennini, avrebbero presentato false dichiarazioni perché venisse attestato di possedere ancora tutti i requisiti per rimanere nella casa popolare a condizioni favorevolissime. L’unico che ieri non è stato rinviato a giudizio è Alberico Capone che, assistito dall’avvocato Mauro Faiulli, ha deciso davanti al gip per il rito abbreviato e il giudice Antonella Redealli lo ha assolto. La difesa aveva sostenuto che gli errori rilevati nelle dichiarazioni dell’inquilino erano dovuti non a malafede ma a moduli complicati da compilare sottoposti dall’Azienda di edilizia territoriale. Si tratta di moduli anagrafico-reddituali che soprattutto per persone anziane potevano effettivamente trarre in inganno e indurre in errore. Gli altri otto, invece, che non hanno scelto la strada del rito abbreviato, sono stati rinviati a giudizio con udienza fissata al 15 ottobre. Si tratta di Gabriele Sbraccia, Pietro Alfredo Maiella, Massimo Basti e Alessandro Casarin, tutti difesi dall’avvocato Manuela D’Arcangelo, Francesco Piazza, difeso dall’avvocato Antonio Sergio Scampoli, Sergio Bolognese, assistito dal legale Tina Di Girolamo, Maria De Amicis, difesa dall’avvocato Katia Ferrarini e Gabriele Di Muzio, assistito dall’avvocato Nello D’Angelo. Per tutti le accuse vanno da dalla truffa nei confronti di un ente pubblico, l’Ater appunto, a quella di falsità ideologica commessa da un privato in un atto pubblico, attraverso la presentazione di autocertificazioni che non corrispondevano al vero. Una sorta di “scorciatoia” per poter restare nell’alloggio popolare, sempre che fossero riusciti ad eludere le maglie dei controlli. C’era chi aveva “dimenticato” di scrivere che possedeva altri immobili, o anche chi aveva “omesso” dalle certificazioni redditi derivanti da figli, fratelli e conviventi.

Tutti redditi che, sommati con il proprio, avrebbero fatto perdere all’intestatario il diritto di vivere in una casa pensata per persone che si trovano in condizioni economiche di maggior bisogno. Se si sia tratto di dimenticanze vere e proprie o di errori voluti, sarà ora il giudice a stabilirlo nel processo del 15 ottobre. (a.i.)