Casi di finti malati, c’è lo studio: «Più attenzione alla patologia»

Il primario della clinica neurologica dell’ospedale teatino analizza i pazienti affetti da disturbi fittizi Il professor Onofrj: «Credono di avere problemi di salute, aggrediscono i medici che li rassicurano»
CHIETI . Di recente il professor Marco Onofrj, direttore della clinica neurologica al Santissima Annunziata, ha sollevato sulle principali riviste della divulgazione medica in Italia, il problema di una patologia di ambito psichiatrico che però investe frequentemente tutte le discipline mediche. Si tratta del “disturbo fittizio”, traduzione italiana del “Factitious disorder” delle classificazioni internazionali. Questa divulgazione è conseguenza di studi, in inglese, che hanno avuto vasta eco con i maggiori esperti mondiali della patologia.
Professore, di cosa parliamo nello specifico?
«Si tratta di pazienti che presentano disturbi non determinati da una condizione clinica reale e della cui irrealtà il paziente stesso non è consapevole. Ci sono, poi, casi di simulazione a scopo di vantaggio economico o relazionale, definiti “malingering”. Il disturbo fittizio, infine, può anche presentarsi nella forma “per procura” ed in questo caso la richiesta di attenzioni mediche è rivolta ad una terza persona, molto spesso bambini di cui il paziente affetto dal disturbo si prende cura».
Sono stati pubblicati diversi lavori basati sulla sua esperienza professionale.
«In Italia la patologia è meno inquadrata rispetto a Paesi esteri. Eppure la gestione di questi pazienti costituisce un problema importante: i medici si trovano spesso ad operare in una condizione difficile, caratterizzata dal comportamento aggressivo di queste persone. In sostanza, capita che riferiscano di avere gravi malattie ma, quando gli esami smentiscono queste tesi, iniziano ad alzare i toni minacciando denunce».
C’è quindi il rischio di risvolti legali?
«I medici spendono del tempo per difendersi da accuse illogiche, che inevitabilmente hanno anche dei costi. Con il nostro sistema giuridico non vengono scoraggiate le minacce di azioni legali. Tutto questo rende ingestibile il rapporto con il paziente. Senza dimenticare che casi di questo genere costituiscono un costo terrificante per il sistema sanitario».
Può farci un esempio?
«In America è stato calcolato che la prevalenza dei disturbi fittizi rappresenti l’1% dei ricoveri ospedalieri e vari tra il 10 e 30% dei pazienti in cerca di risarcimento, con un costo stimato di circa 20 miliardi di dollari all’anno. In Inghilterra si parla di decine di miliardi di sterline».
E in Italia?
«Anche in Italia ci sono simili esperienze, però l’esistenza di questo disturbo non è stata posta alla consapevolezza dell’opinione pubblica così come accade nella letteratura internazionale. Pertanto simili pubblicazioni rappresentano un modo per richiamare l’attenzione su questo stesso disturbo».
La patologia è facilmente riconoscibile?
«Assolutamente no. Richiede notevole esperienza clinica, attenzione alla struttura mentale del paziente. Sarebbe utile alla sanità nazionale che il problema venisse affrontato con la stessa attenzione che si ha in altri Paesi».
Ha parlato anche di rischi per i bambini.
«Il disturbo fittizio per procura, detto by proxy, rappresenta un problema fondamentale. Si parte da un’attitudine per cui il genitore che ha disturbi mentali determina patologie nei bambini. Usando farmaci, manipolazioni fisiche o diretto avvelenamento, l’attuatore del disturbo induce condizioni patologiche, vere o pretese, nella persona assistita. Di recente si è proposto di utilizzare l’espressione “Medical child abuse”, ossia abuso infantile in contesto medico indotto, cosicché si sottolineino le implicazioni medico-legali e criminali del fenomeno».
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