la truffa

Chieti: «Ha rubato merce per 286mila euro»: cassiera condannata a 4 anni e 3 mesi

1 Giugno 2026

I carabinieri di Sambuceto scoprono il sistema architettato da una giovane dipendente per impossessarsi dei prodotti: «Faceva pagare ai complici la spesa a prezzi di gran lunga inferiori rispetto a quelli reali». Lei: «Sono innocente»

CHIETI

Il carrello era pieno, lo scontrino sembrava regolare, il conto no. È da quella differenza, notata da una collega davanti alla cassa, che è nato il caso di un “tesoro” sparito: oltre 286.000 euro di merce sottratta in cinque anni al Risparmio Casa di San Giovanni Teatino. Una vicenda costata a Lorenza Marino, cassiera del punto vendita, una condanna a quattro anni e tre mesi di carcere per furto pluriaggravato. A inchiodarla sono state le indagini dei carabinieri della stazione di Sambuceto. La sentenza non è definitiva: la donna, assistita dall’avvocato Luigi Albore Mascia, si è sempre dichiarata innocente e presenterà ricorso in Corte d’appello.

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Per il giudice di Chieti Morena Susi, però, l’impianto dell’accusa ha retto. Marino, pescarese di 36 anni, dovrà anche risarcire l’azienda in separata sede e pagare una provvisionale immediatamente esecutiva di 15.000 euro. Al centro del processo c’è un meccanismo che, secondo la procura, ha consentito – da gennaio 2016 a febbraio 2021 – di rubare merce per 286.071,71 euro: prodotti registrati alla cassa, scontrini battuti per il prezzo pieno, importi pagati o fatti pagare in misura molto più bassa e poi operazioni richiamate in un secondo momento.

La contestazione è nelle parole del sostituto procuratore Giuseppe Falasca. L’imputata, «in concorso con persone allo stato non individuate», ha favorito «l’impossessamento da parte di terzi» dei prodotti del negozio in cui lavorava, «battendo scontrini corrispondenti al prezzo della merce ma consentendo di pagare importi di gran lunga inferiori». Per l’accusa, quel sistema ha prodotto un «danno patrimoniale di particolare gravità» ed è stato realizzato con un «mezzo fraudolento»: scontrini apparentemente coerenti con la merce, così da permettere al complice di allontanarsi dall’area casse senza attirare sospetti.

L’episodio che ha fatto partire tutto risale al 23 febbraio 2021. Una collega si trovava vicino alla cassa in cui stava operando la Marino e si accorse che il cliente servito era il suocero della cassiera. Le ricordò che la policy aziendale vietava di servire i parenti e che l’uomo avrebbe dovuto passare da un’altra cassa. Marino, secondo quel racconto, si scusò spiegando che il conto era ormai cominciato. La collega non si allontanò. Rimase nei paraggi e notò quello che poi avrebbe riferito ai carabinieri: «Il totale dell’importo che Marino aveva richiesto a voce al suocero non corrispondeva alla quantità di merce messa nel carrello». Da lì sono partite le verifiche interne, la denuncia del proprietario del punto vendita e le indagini dei carabinieri. Secondo le contestazioni, il “sistema Marino” aveva un passaggio decisivo dopo il pagamento. Quando un cliente si presentava alla cassa, la giovane batteva regolarmente i beni acquistati sul registratore. Dopo aver ricevuto il denaro, però, sospendeva lo scontrino. Quindi, in un momento più favorevole, in genere a cavallo del pranzo o poco prima della chiusura serale, lo richiamava per azzerarlo o applicare uno sconto. Così – dice la ricostruzione accusatoria – le somme già corrisposte dal cliente non sono finite all’azienda.

Un altro elemento riguarda il badge del responsabile del punto vendita. Le operazioni sugli scontrini sarebbero state eseguite attraverso quel badge, che consentiva di applicare sconti e che la cassiera non avrebbe dovuto avere a disposizione. I colleghi hanno riferito anche del ritrovamento di una fotocopia cartacea del badge sotto la cassa dove lavorava l’imputata.

La difesa ribalta la lettura dell’accusa e punta su due aspetti. Il primo è la cassa numero 11, quella in cui sono state registrate le irregolarità: secondo l’avvocato Albore Mascia, non era una postazione usata soltanto da Marino, ma anche da altri dipendenti. Il secondo riguarda i turni: per la difesa manca la prova che la cassiera fosse effettivamente al lavoro nei giorni in cui sono stati commessi i furti.