Chieti, villette lager, i Nas in aula: «Malati in stanze invivibili»

4 Novembre 2015

Angelini e la Procura si rimpallano il grande accusatore, il luogotenente che visitò le due strutture dell'ex re delle cliniche. La Asl è parte civile. L'accusa rinuncia alla deposizione di Ignazio Marino

CHIETI. «Per lavare i pazienti utilizzavano sedie da giardino con cui li trascinavano dalle camere nei bagni. 87 ricoverati in una palazzina di quattro piani, l’ex Paolucci, con un solo ascensore, totalmente insufficiente». Inizia con questi particolari la deposizione del luogotenente dei carabinieri del Nas, Michele Pintauro, teste chiave del nuovo processo contro l’ex re della sanità privata, Vincenzo Angelini. L’inchiesta è quella delle cosiddette “villette lager” partita dopo l’arrivo a Chieti della commissione parlamentare ispettiva guidata dall’ormai ex sindaco di Roma Ignazio Marino.

LA VICENDA. Era il 25 luglio del 2009 quando l’allora senatore Marino piombò nelle strutture di riabilitazione psichiatrica di Angelini alla guida di una commissione parlamentare d’inchiesta. Dal sopralluogo partì l’indagine penale, mentre a settembre l’allora sindaco Francesco Ricci decretò la chiusura delle prime strutture: l’ex Paolucci, l’ex Cantatore, le Villette e il Padiglione, con grave disagio per pazienti e familiari.

GLI IMPUTATI. Sono sei in tutto gli imputati. Angelini, insieme alla figlia Chiara e alla moglie Anna Maria Sollecito (difesi dall’avvocato Gianluigi Tucci), è accusato di abbandono di incapace, per il modo in cui erano tenuti i pazienti, di aver tenuto aperte strutture non autorizzare (l’ex Cantatore e una delle 12 villette) e di truffa. Quest’ultimo reato si sostanzierebbe nel fatto che si facevano passare per pazienti psichiatrici, la cui assistenza ha costi altissimi, persone che non lo erano. In questo modo, dal 2005 al 2009, ci sarebbe stato un indebito arricchimento di 24 milioni di euro. Di questo reato deve rispondere anche Giovanni Pardi (difeso da Sandro Campobassi ed Emanuele Di Pietro), coordinatore delle strutture psicoriabilitative di Villa Pini. Di omesso controllo, invece, sono accusati Vincenzo Recchione (assistito da Domenico Budini), responsabile del Dipartimento assistenza ospedaliera della Asl teatina e Claudio Cignarale (difeso dall’avvocato Roberto Di Loreto), psichiatra del Centro di salute mentale, delegato dalla Asl all’attività di vigilanza e controllo delle strutture residenziali psichiatriche di Villa Pini, l’unico presente in aula.

L’ACCUSA. Nell’udienza di ieri hanno sfilato i testimoni dell’accusa. A cominciare da Pintauro che davanti al collegio giudicante presieduto da Geremia Spiniello e incalzato dalle domande della pm Marika Ponziani ha ripetuto i particolari di quella ispezione choc. Presente anche il legale della Asl, Cristiano Sicari, che si è costituita parte civile.

Il carabiniere ha riferito della situazione solo di due strutture, quelle da lui visitate, l’ex Paolucci e le villette. All’ex Paolucci il luogotenente ha detto di aver trovato «stanze sporche, ambienti trascurati, muri con palesi infiltrazioni d’acqua. Totale carenza di requisiti. Personale inadeguato sia nel numero che nella qualifica, visto che il direttore sanitario era un geriatra quando la norma prevedeva uno psichiatra. La gran parte degli ospiti non sembrava avere i connotati tipici dei pazienti psichiatrici, la cui riabilitazione è a totale carico dello Stato e anche molto costosa. Si parla di 140 euro al giorno. Mentre un anziano in Rsa ne viene a costare 80 al giorno».

«E alle villette?», ha chiesto la Ponziani. «Lì la situazione ci è sembrata peggiore», ha continuato il teste, «camminavamo su pavimenti appiccicaticci, c’era puzza di urina e sporco diffuso». Sono stati poi ascoltati l’ex direttore del dipartimento prevenzione della Asl Raffaele Sebastianelli, che ha confermato quanto detto da Pintauro e ha ricordato di aver avviato in maniera autonoma una meticolosa inchiesta, Enrico Berardi del dipartimento prevenzione servizio igiene e sanità pubblica della Asl, Carlo Antonucci, responsabile del servizio prevenzione e protezione della Asl e Fiore Di Donato, direttore del dipartimento salute mentale.

LA DIFESA. Sarà l’udienza del 3 febbraio a dar voce alla difesa. Allora l’avvocato Tucci dirà che la famiglia Angelini non decideva dove ricoverare i pazienti e quali piani terapeutici far loro seguire. Perché il tutto avveniva tramite strutture locali, medici di base e centri di igiene mentale. La difesa conta anche sulla testimonianza degli ex dipendenti, che però al momento l’avvocato Tucci non ha potuto citare, a causa di una carenza di dati personali. Dati che aveva chiesto a settembre 2014 al giudice delegato per il fallimento (avvenuto nel 2010) ma ci sono stati problemi e alla fine non sono stati messi a disposizione in tempo e in maniera completa. La loro presenza è importante per dire come avveniva la riabilitazione. «Cosa che non si sarebbe potuta evincere dalla visita di un’ora di Marino». Tra i testi, infine, la difesa avrebbe voluto vedere proprio Marino che l’accusa, invece, ha preferito non citare. «E’ lui il denunciante», sbotta Tucci, «è indicato come unica persona offesa. Noi lo vogliamo sentire».