Ciapi, 9 milioni di macchinari in rovina

Sindacati e dipendenti suonano la sveglia a D’Alfonso: che fine ha fatto la trasformazione dell’Ente in società in house?
CHIETI. «Ci sentiamo traditi e umiliati da un “socio di maggioranza” che fa proclami su salvezza e rilancio dell’Ente, ma poi non offre gli strumenti economici per farci ripartire salvando occupazione e 9 milioni di macchinari inutilizzati pagati dai contribuenti e destinati alla rovina». Esasperati e amareggiati i 33 dipendenti del Ciapi suonano la sveglia alla Regione e sollecitano il presidente Luciano D’Alfonso a dare corpo all’«operazione salvataggio» annunciata nel gennaio scorso. «Il nostro obiettivo?» esordisce Francesco Verna della Confsal all’affollata assemblea dei lavoratori «convincere la Regione a prendersi le sue responsabilità, noi ce le siamo assunte e le stiamo pagando con la mancanza di retribuzione dal 2013, la cassa integrazione, a cui non possiamo più attingere dal mese di giugno. Anche se il Ciapi» sostiene il sindacalista ed ex formatore «continua a mantenere un enorme potenziale immobiliare e di risorse umane che hanno una esperienza, in qualche caso, ormai quarantennale per la formazione professionale. Ma così non possiamo più andare avanti perché non abbiamo più i requisiti per mantenere le attività, Non abbiamo più i requisiti per svolgerle in quanto, non abbiamo più il Durc (documento unico di regolarità contributiva), passaporto che ci consentirebbe di partecipare ai bandi pubblici. E non è certo per colpa nostra se siamo senza amministratore straordinario da oltre un anno e senza revisori dei conti. Figure che dovrebbero essere nominata e controllate dalla Regione Abruzzo. Ente» rimprovera Verna «che fa e disfà a suo piacimento sulla pelle del Ciapi e che abbandona la “sua creatura” quando si accorge che a causa del mancato versamento della sua quota associativa ha accumulato un debito di oltre 5milioni di euro. E forse molti di più». Esposizione debitoria peraltro riconosciuta dalla Regione in una delibera emessa nel settembre del 2014 per poi sparire come per magia dall’elenco degli enti partecipati in una delibera di ottobre. E quindi dal bilancio regionale. Per lavoratori e sindacati le soluzioni offerte dall’attuale amministrazione regionale e da quella precedente targata centrodestra sarebbero solo degli «effimeri flash sparati più per abbagliare l’opinione pubblica che per trovare soluzione al problema Ciapi». «E di questo» aggiunge «siamo stanchi e aspettiamo con ansia l’incontro, richiesto con il presidente D’Alfonso per avere garanzie sul nostro futuro più concrete. Altrimenti» annuncia Verna «la nostra protesta si leverà molto alta. Questo è un patrimonio di formazione professio nale che le amministrazioni regionali e non i dipendenti hanno portato alla rovina. Ma noi non molliamo, continuiamo a lavorare e continueremo a farlo con grande spirito di sacrificio, morale ed economico, perché crediamo nello spirito di questo ente creato per formare i giovani e per inserirli nel mondo del lavoro».
Insomma, il personale del Ciapi preme per la trasformazione dell’ente di formazione in una società in house e, aggiunge Gianni Placido della Cgil «per l’utilizzo del personale Ciapi da subito, portando a rendiconto il costo utilizzando fondi europei. E comunque» aggiunge «se è vero che la Regione (socia al 98 per cento dell’ente) vuole salvare davvero il Ciapi deve prima ripristinare gli organi di gestione politico-amministrativi che non esistono più». In realtà lo scorso maggio la giunta regionale ha deliberato la nomina del commissario Ciapi nella persona di Giancarlo Liberati «nomina» rivela Verna «che a distanza di un mese non è stata ancora ratificata». Poi il tour nel degrado di una struttura che negli anni Sessanta era spalmata su una superficie di 22 mila metri quadrati, oggi ridotti a 12mila. «Stabile e macchinari all’avanguardia nella didattica» puntualizza Verna «che stanno andando in malora. 9 milioni di attrezzature che hanno formato il personale tecnico di Fiat, Sevel, Merker e dell’ex colosso Telettra e che ora sono accatastate e inutilizzate in capannoni dai tetti ammalorati da infiltrazioni».

