Cinque condanne per acqua avvelenata

27 Agosto 2016

Il giudice: violati il diritto alla salute e il contratto, l’Aca deve risarcire i cittadini: sono 700mila gli abruzzesi interessati

CHIETI. I cittadini che hanno bevuto l’acqua di Bussi devono essere risarciti. Sono una svolta epocale le cinque sentenze depositate ieri da un giudice di pace di Chieti. L’Aca, nella persona del presidente pro-tempore, Vincenzo Baldassarre, è stata condannata per la prima volta a pagare 5mila euro a ciascuno dei ricorrenti che si sono rivolti all’associazione Codacons che tutela i consumatori, mentre un proprio dipendente, un geometra citato come teste, finisce sott’inchiesta per falsa testimonianza. In sintesi, il giudice di pace, Mariaflora Di Giovanni, scrive in undici pagine di motivazioni che l’Aca ha violato il diritto alla salute dei cittadini distribuendo acqua avvelenata o corrotta dal 2004 al 2007, procurando agli utenti una condizione di forte stress quando questi ne sono venuti a conoscenza. Ma il numero delle persone interessate che possono ottenere lo stesso risarcimento dei danni, definiti “non patrimoniali”, non si limita ai cinque ricorrenti, tutti assistiti dall’avvocato Vittorio Ruggieri. La platea dei danneggiati – scrive il giudice Di Giovanni – è di 700mila abruzzesi che vivono in trenta Comuni, tra cui spiccano, oltre a quelli della Val Pescara, anche Chieti, Pescara, Francavilla, Silvi, Montesilvano e Città Sant’Angelo. La sentenza, di cui pubblichiamo i passaggi più significativi, può mandare ko l’Azienda consortile acquedottistica. Ha un effetto più potente di mille volte rispetto al processo principale contro la Montedison, per avvelenamento delle acque, che si è chiuso in primo grado a Chieti con 19 assoluzioni.

«L’Aca spa era a conoscenza già dal 2004 che nel campo pozzo di Colle Sant’Angelo (a Bussi, ndr) alcuni pozzi risultavano altamente inquinati», scrive il giudice, «nonostante ciò non diffondeva l’allarme ai consumatori e tranquillizzava in modo irresponsabile l’Arta e la Asl». Ma per la Di Giovanni l’Aca fece anche di peggio perché per abbassare il livello di inquinamento dell’acqua, che usciva dai nostri rubinetti di casa, miscelò l’acqua avvelenata di Bussi con quella pura dell’acquedotto del Giardino, «così somministrando acque corrotte, se non avvelenate, all’intero bacino d’utenza costituito da circa 700mila persone».

Nel 2005, prosegue la sentenza, il Ministero dell’Ambiente fece chiudere i pozzi incriminati che vennero poi riaperti «con la sola sostituzione dei filtri carbone, inefficaci e con carenza di manutenzione, tanto che nel 2006 e nel 2007, nell’acqua immessa in rete risultava la presenza di tetracloruro di carbonio», e di altre sostanze chimiche nocive per la salute. Fatta questa ricostruzione drammatica, il giudice non si pone l’obiettivo di condannare per avvelenamento o adulterazione delle acque, ma semplicemente di imputare all’Aca la violazione dei patti sottoscritti con i contribuenti. Ma la violazione contrattuale, che la Di Giovanni definisce un «gravissimo inadempimento», di chi doveva fornire acqua pura, con la stessa diligenza di «un buon padre di famiglia», è un tallone d’Achille che fa scattare il riconoscimento del danno non patrimoniale per la negazione del diritto alla salute. «E’ palese e fondato l’allarme sociale – si legge –, la preoccupazione per la qualità della vita per aver bevuto per anni acqua avvelenata o corrotta», amplificata «dalla diffusione della relazione dell’Agenzia sanitaria regionale attestante tra il 2006 e il 2011 un aumento esponenziale di tumori». Così come la configurazione del danno, «ravvisato nel patema d’animo e nello stress indotto dalla preoccupazione per il proprio stato di salute e per quello dei congiunti, è stata provata dal medico di base (dei ricorrenti, ndr) che ha confermato l’ansia e l’ossessività di essere affetti da malattie degenerative».

Per l’Aca è una mazzata tremenda. Provate a moltiplicare 5mila euro per 700mila potenziali ricorrenti: fa 3 miliardi e mezzo da risarcire.