Colpi d’ascia contro fratello e cognata «Via da casa mia»: 43enne a processo

Il racconto choc della donna: solo la fortuna ha voluto che non si consumasse una tragedia, la lama conficcata nella porta Le vittime minacciate anche con un coltello, l’uomo era rimasto ferito a un piede e a un braccio per difendere la sua famiglia
CHIETI. «Solo la fortuna ha permesso che non si consumasse una tragedia. Il primo colpo inferto con l’ascia da mio cognato si è conficcato nella porta di casa e non mi ha raggiunta solo perché sono riuscita a schivarlo». Nella denuncia presenta da Emonerla Cela, 41 anni, c’è tutto il dramma vissuto dalla donna e da suo marito Luciano Esposito, 48 anni, in un palazzo di via Atri, a Chieti Scalo, a poca distanza dalla stazione ferroviaria. Il caso è arrivato ieri mattina davanti al giudice Enrico Colagreco e al pubblico ministero Natascia Troiano: Marco Esposito, 43 anni, non comparso in aula, è sotto processo con le accuse di violazione di domicilio, lesioni personali aggravate consumate e tentate e porto abusivo di armi per il raid del 3 agosto 2020.
«Quella mattina», ha raccontato Luciano, «intorno alle 9.40, mi trovavo a casa con mia moglie e mia figlia minorenne. All’improvviso abbiamo sentito bussare alla porta. Emonerla è andata ad aprire perché io, in quel momento, ero in camera da letto. Immediatamente ho sentito le sue grida d’aiuto. Preoccupato, sono andato verso l’ingresso e ho visto mio fratello Marco (aveva un crocifisso al collo, ndr) entrare e venire verso di me con fare minaccioso e con una grossa accetta in mano. Marco ha tentato di colpire mia moglie con l’arma: lei è riuscita a sottrarsi e l’accetta è finita contro la porta, danneggiandola. Invano, ho tentato disperatamente di bloccare mio fratello, cercando di tenergli ferme le braccia, ma questi si è divincolato e ha tirato fuori anche un coltello che aveva nella tasca dei pantaloni».
Sono stati minuti di grande tensione. «A quel punto», prosegue Luciano, «eravamo minacciati sia con l’accetta, tenuta con la mano destra, che con il coltello, che brandiva con la sinistra. Mio fratello ha pronunciato la frase: “Questa è casa mia, andate via, questa me l’ha data il Comune”». L’aggredito non si spiega il perché di quelle parole, «anche perché non ho rapporti con lui dal 2003. Per contenere la sua ira, mi sono fatto male a un piede e al braccio (le lesioni sono state giudicate guaribili in una settimana, ndr). Per difendere la mia famiglia, ho afferrato una pala da lavoro che custodivo dietro alla porta della cucina e ho intimato a Marco di allontanarsi».
Nel momento in cui si sono cominciate a sentire le sirene, Esposito è fuggito per le scale e si è nascosto in mansarda, al buio. Ma i carabinieri della sezione radiomobile della compagnia di Chieti lo hanno raggiunto immediatamente sequestrandogli l’accetta, che nascondeva sotto la maglia, e il coltello da cucina, trovato in una tasca dei pantaloni.
Ieri le vittime hanno testimoniato in tribunale. Si torna in aula, per la sentenza, il prossimo 18 aprile.
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