Condannati padre e figlio per bancarotta

5 Aprile 2017

Gli amministratori dell’azienda Vini Antonucci di Arielli hanno avuto una pena di 3 anni e 6 mesi

ARIELLI. Un'azienda di famiglia come tante che produce vino e che, a un certo punto, non ce la fa più ad andare avanti. È costretta a cessare l'attività, ma per la procura è solo una finta. In realtà, sostiene l'accusa, l'attività è continuata. È su questa tesi che è partito il processo davanti al tribunale di Chieti per la Vini Antonucci di Arielli, dichiarata fallita il 25 ottobre del 2011. Il processo si è concluso nell’udienza di ieri con la condanna a 3 anni e 6 mesi dei titolari dell’azienda, padre e figlio, Camillo e Marcello Antonucci, originari di Crecchio. Entrambi dovevano difendersi dall’accusa di bancarotta fraudolenta. Ieri mattina davanti al collegio giudicante (presieduto da Geremia Spiniello e composto da Andrea Di Berardino e Valentina Ribaudo) padre e figlio non erano in aula. C’era il loro difensore di fiducia, l’avvocato Cristian Liberato, che ha portato avanti le tesi della difesa secondo cui l’azienda aveva cessato l’attività a causa di un calo verticale di vendite. La ditta lavorava con diverse cantine del sud Italia e all’inizio pare se la cavasse abbastanza bene. Poi però la crisi. Sebbene l’accusa, affidata al pubblico ministero Marika Ponziani, abbia sottolineato come il trend negativo delle vendite non poteva essere accomunato a quello della generale crisi internazionale che, per quanto riguarda l’Italia, sembra aver salvaguardato proprio il settore vitivinicolo. Il pm, al termine della sua requisitoria, aveva chiesto una pena di 3 anni.

Ad inchiodare gli imputati è stata anche la testimonianza del curatore fallimentare, il teatino Angelo Iecco. Il curatore ha detto di non aver trovato le scritture contabili. In particolare, l’esperto a cui il tribunale aveva affidato la cura del fallimento ha detto di non aver avuto a disposizione la dichiarazione dei redditi dell’ultimo anno prima del fallimento.

Secondo la procura, infatti, i due, «in qualità di amministratori della Vini Antonucci, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori sottraevano i libri e le scritture contabili così da rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento d’affari della società fallita».

Per la difesa, invece, tali documenti non c’erano semplicemente perché l’attività era cessata. L’avvocato Liberato sta già pensando a come proporre appello. (a.i.)