Condannato per l’aggressione con l’ascia

Inflitti tre anni a Pellerani per lesioni aggravate. Assolto, invece, l’operaio accusato di avergli sparato da una moto
VASTO. Tentato omicidio. Era questa l'accusa che pendeva a carico di Fabio Scafetta, 32 anni, operaio vastese, accusato di essere l’uomo che con Michele Lattanzio (già condannato con rito abbreviato dal gup Stefania Izzi a 8 anni di reclusione) il 19 aprile 2013 sparò alle spalle a Yari Pellerani, 29 anni, in sella ad una moto Ducati. La stessa accusa riguardava anche Maranca e Santoro accusati di avere aiutato Pellerani il 4 giugno 2013 a vendicarsi aggredendo il rivale a colpi di ascia all'esterno del bar Del Giglio. Per Scafetta la pubblica accusa aveva chiesto 15 anni di reclusione e 4 anni e mezzo per tutti gli altri. Il collegio giudicante formato dal presidente Bruno Giangiacomo e a latere i giudici Italo Radoccia e Fabrizio Pasquale, ha assolto Fabio Scafetta, Marco Maranca e Antonio Santoro per non aver commesso il fatto. L'accusa a Pellerani è stata derubricata in lesioni aggravate e il giovane è stato condannato a 3 anni e mezzo di reclusione e rimesso in libertà. Grande la soddisfazione del difensore di Scafetta, l’avvocato Raffaele Giacomucci, ma anche dei legali di Pellerani, Elisa Pastorelli e Giovanni Cerella. Parimenti soddisfatti gli avvocati Arnaldo Tascione e Antonello Cerella legali di Maranca e Santoro. I giudici hanno condannato Pellerani perchè ripreso da una telecamera e a suo tempo Lattanzio(che chiese il rito abbreviato) perchè guidava la moto della spedizione punitiva. Per quest'ultimo è previsto il processo d'appello il 25 gennaio 2016. Nessuna prova invece che sotto il casco dell'uomo che sparò a Pellerani ci fosse Scafetta. Così come non c'è certezza che Maranca e Santoro avessero contribuito alla spedizione punitiva del 4 giugno 2013. La sentenza arrivata alle 19 ha stupito molti. I due fatti di cronaca furono riunificati perché legati fra loro. La svolta alle indagini arrivò dalla videosorveglianza e dal ritrovamento della Ducati Sport 750 usata dai killer. Sulla moto, completamente bruciata, i Ris di Roma rinvennero alcune tracce biologiche che condussero gli investigatori verso i presunti autori dell’attentato a Pellerani. Furono alcuni dipendenti dell’Istituto di vigilanza Aquila di Ortona a ritrovare nelle campagne di località Sant’Antonio Abate lo scheletro della moto, data alle fiamme, riconducibile all’attentato contro il giovane vastese, ferito all’addome. Le persona che avrebbe colpito Pellerani, operato due giorni dopo l’agguato (con successivi trenta giorni di prognosi), erano a bordo di una moto. La carcassa della Ducati aiutò gli investigatori per approfondire il caso. Altrettanto importanti le intercettazioni ambientali.

