«Corriere di droga per mia figlia malata»

3 Luglio 2018

Interrogato l’albanese fermato con 8 chili di marijuana in auto: «Mi servivano i soldi per curarla». E il gip lo scarcera

CHIETI. «Era la prima volta che lo facevo e l’ho fatto solo per necessità: mi servivano soldi per far curare mia figlia che ha una malattia grave. Mi hanno pagato 200 euro per trasportare quella droga». Ha detto così Bernard Ramaj, il corriere albanese di 40 anni fermato venerdì scorso nei pressi del casello dell’A14 di Francavilla con un carico di 8 chili di marijuana nascosto nel bagagliaio dell’auto. E in quella macchina c’erano anche la moglie e i due figli di 7 e 11 anni: portandosi dietro la famiglia, l’albanese pensava di aggirare i controlli delle forze dell’ordine ma i carabinieri del Nucleo investigativo, guidati dal maggiore Marcello D’Alesio con l’appoggio del tenente colonnello Vittorio Bartemucci, al vertice del Reparto operativo, l’hanno bloccato e arrestato.
Padre di famiglia ma corriere improvvisato per bisogno: trasportava un carico che, una volta arrivato sul mercato della movida di Chieti Scalo e della riviera di Pescara e Francavilla, avrebbe potuto fruttare 100mila euro. Quei soldi, però, sarebbero finiti nelle tasche dei signori della droga e non in quelle del corriere: Ramaj sarebbe soltanto un ingranaggio, piccolo, di un meccanismo più grande che si serve di incensurati per i compiti rischiosi. Per portare la droga nel Chietino, probabilmente fino a un paese dell’entroterra chietino, Ramaj sarebbe stato contattato da una persona che gli avrebbe dato solo 200 euro (anche se in tasca, al momento dell’arresto, aveva 850 euro). È questa la versione fornita dall’albanese, assistito dagli avvocati Antonello Di Biagio e Roaldo Lukaj, durante l’interrogatorio di garanzia con il gip Luca De Ninis. Per vivere Ramaj, residente a Roseto, svolge lavori saltuari ma, così ha raccontato, adesso ha bisogno di più soldi per far curare la figlia: spostamenti, medicinali e tutto il resto che serve. «La bambina necessita di cure a cadenza settimanale all’ospedale di Pescara», spiega il legale Di Biagio, «e la famiglia si trova in Italia proprio per questo». Una versione che è stata ritenuta credibile dal giudice De Ninis che ha disposto i domiciliari per Ramaj a fronte del parere contrario del pm Giuseppe Falasca, fermo nel richiedere la custodia in carcere.
Adesso, l’indagine dei carabinieri punta a risalire la filiera dello spaccio di droga lungo la costa abruzzese: passando al setaccio il telefonino sequestrato all’albanese, un vecchio modello senza applicazioni e connessione a Internet, gli investigatori vogliono provare a dare un nome e un cognome ai grossisti: le uniche speranze sono nel registro delle chiamate e nei messaggi. Su questo, Ramaj non ha voluto dire niente per paura di ritorsioni. Alla domanda su chi l’avesse contattato per improvvisarsi corriere ha risposto così: «Non posso parlare».
La droga sequestrata era divisa in 4 pacchi avvolti dal cellophane e numerati da uno a 4.
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