«Così mio padre fu ucciso dai nazisti»

2 Marzo 2018

GESSOPALENA. C’è un passato che non si dimentica e che, a distanza di 75 anni, lascia ancora aperte ferite che sanguinano. Incontro Camillo Teti, classe 1930, di Gessopalena, nella Fraternitas,...

GESSOPALENA. C’è un passato che non si dimentica e che, a distanza di 75 anni, lascia ancora aperte ferite che sanguinano. Incontro Camillo Teti, classe 1930, di Gessopalena, nella Fraternitas, residenza per anziani di Castel Frentano. È un uomo vigile, arguto, uno di quelli che la vita ha forgiato, uno di quelli che la vita non ha sconfitto. Ci fa incontrare uno sguardo. Gli dico che scrivo e mi occupo di storia. «Conosci la strage di Sant’Agata di Gessopalena e le altre uccisioni dei nazi-fascisti?», chiede. La mia risposta è affermativa. «Siediti allora e ascoltami», dice in modo perentorio. Inizia così il suo racconto Camillo e, in alcuni momenti, i suoi occhi piccoli si velano di lacrime. «Mio padre, Antonio, classe 1905, minatore in Sardegna per campare la famiglia, è stato ucciso in contrada Monte San Giuliano, a Gessopalena, dai Tedeschi: era l’11 dicembre 1943». Dopo l’8 settembre del 1943 arrivò la guerra in molte zone abruzzesi. Nei primi giorni di dicembre l’avanzata dell’VIII Armata sul fiume Sangro portò gli Alleati a Casoli. La zona compresa tra il medio corso del Sangro e l’Aventino divenne territorio conteso tra i due schieramenti e il Comando tedesco, dopo la dura occupazione dei mesi precedenti, emise l’ordine di sfollamento e procedette alla distruzione di diversi Comuni. Gran parte degli sfollati si rifugiarono nei cascinali delle campagne circostanti, in particolare a San Giusta e Sant’Agata. «Noi eravamo sfollati a Monte San Giuliano. Un giorno, ai primi di dicembre, arrivo una jeep con tre soldati tedeschi, alcuni uomini, italiani, erano coperti da dei sacchi: erano spie. Questi ultimi hanno indicato dove c’erano le armi in un cascinale. La situazione divenne molto pericolosa. In famiglia eravamo io, Pasqualina e Chiarina, mie sorelline, e mia mamma Maria Bozzi. Avevamo paura delle rappresaglie e mio padre, si rifugiò con altri uomini, nei boschi. Io mi trovavo a Roccascalegna (avevo 13 anni, ero già un uomo) perché lì avevamo portato le bestie per paura che i tedeschi le requisissero. Vennero da Gessopalena due parenti alla lontana: “Vieni a casa, mi dissero, è successo un fatto grave”. Trovai mio padre morto in una chiesa vicino al cimitero, l’avevano ucciso in un bosco i tedeschi, con lui massacrarono altri tre uomini. Fu trovato poco distante dal bosco da un uomo che passava lì per caso». Camillo si ferma nel suo racconto, il suo sguardo si perde nel vuoto. Come a risentire ancora una volta quei pianti, a rivedere quella scena, a rivivere quel dolore. Dopo quell’11 dicembre, quando il “sonno della ragione” uccise suo padre, la bestia umana ancora non era paga e Camillo ricorda e racconta anche di altro: della distruzione di Gessopalena, dell’eccidio di Sant’Agata, di altre uccisioni, di vessazioni. «Situazioni», dice, «che hanno fatto nascere indignazione e rabbia, sentimenti che spinsero molti giovani a riunirsi e a fondare una delle prime bande partigiane che poi confluì nella Brigata Maiella».
Matteo Del Nobile