«Così sono diventato una stella del balletto»

Giorgio Mancini racconta la sua carriera: io, premiato anche da Nureyev Un viaggio da Santa Maria fino all’Opera di Parigi e alle coreografie per i grandi
CHIETI. Erano i primi anni Ottanta. «Se dovessi consigliare a mio figlio una strada che garantisca concrete prospettive di lavoro, gli direi di fare l’idraulico oppure il ballerino». Fu così che, a Roma, Giuliana Penzi, direttrice dell’Accademia nazionale di danza, infranse le perplessità dei genitori di Giorgio Mancini il quale, scarsa dimestichezza con rubinetti, tubi e caldaie ma grande propensione per la danza già ben evidenziata, tirò un respiro di sollievo. Si sorride nel ricordare l’episodio e la storia di un ballerino e coreografo di fama internazionale può partire.
PRIMI PASSI. «Adolescenza a Chieti, nel quartiere Santa Maria. Famiglia borghese, papà Adelmo dirigente delle ferrovie, mia madre Ginevra Nardone, attivissima sindacalista nel campo della sanità, e mio fratello maggiore Gabriele, già orientato verso gli studi di ingegneria. A rompere gli equilibri di scena, per così dire, proprio io che, da bambino, la domenica mattina, quando mio padre, appassionato di musica classica, alzava il volume del suo stereo mi mettevo a ballare per casa. Un istinto travolgente». E così Giorgio iniziò a frequentare la scuola di danza di Filomena Nudi a Chieti per poi passare a seguire i corsi di Rossana Raducci Vantaggio a Pescara. Il talento c’era, accompagnato da una grande passione ma anche da qualche resistenza da parte dei genitori. «Magari un po’ spaventati dall’idea di un figlio ballerino e fu, appunto, la direttrice Penzi, al termine di uno stage, a convincerli che valeva sicuramente la pena di intraprendere questa carriera». Si va dunque a Roma per frequentare l’Accademia di Danza e l’ultimo anno di liceo scientifico.
CRESCENDO DI SUCCESSI. «Capivo che il mio sogno si stava realizzando. Superai brillantemente varie audizioni e raggiunsi, con una borsa di studio di seicentomila lire al mese di un corso di perfezionamento dell’Aterballetto di Reggio Emilia, anche una certa indipendenza economica». Ci siamo. L’approdo a Bruxelles e l’incontro con il grande coreografo francese Maurice Béjart con il quale inizia una collaborazione che anni dopo lo porterà anche a Losanna fino ad arrivare alla direzione del balletto del Gran Teatro di Ginevra in un crescendo di successi, sempre in ruoli di primo piano, suggellati, tra vari riconoscimenti, dall’assegnazione del Premio Positano, che gli fu consegnato da Rudolf Nureyev, e del Premio Danza&Danza come miglior ballerino italiano. «Ero arrivato dove volevo, consapevole della necessità di lavorare sul palco nove ore al giorno per raggiungere determinati traguardi. Da sportivo di alto livello. Allenamento, concentrazione e tanta determinazione per poter far fare al tuo corpo quello che desideri. Poco spazio per gli amici, sempre a letto presto e, nei giorni prima dello spettacolo, a tavola, al massimo una birretta. Si può fare, si deve fare».
DA PARIGI A TOKIO. Superati i trent’anni, la decisione di passare all’aspetto creativo producendo spettacoli con grandi coreografi internazionali anche attraverso una intensa collaborazione con Brigitte Lefevre, direttrice del balletto dell’Opera di Parigi. «Il corpo cambia. Me ne resi conto serenamente così come capii subito come sia più facile ballare piuttosto che dirigere, costretto magari a confrontarti anche con tanti aspetti organizzativi». Comunque ancora una sequenza di successi, proprio lo scorso anno una memorabile rappresentazione del suo “Tristano e Isotta” a Tokio dopo aver diretto per diverse stagioni il balletto della compagnia del MaggioDanza di Firenze. Giorgio Mancini e la televisione ? «Scarso interesse reciproco. Qualche contatto senza seguito, simpatica l’esperienza dell’ultimo festival di Sanremo dove ho curato le coregrafia del balletto di Eleonora Abbagnato e Friedemann Vogel che ha accompagnato l’esibizione di Francesco Renga e Bungaro. Mi sono anche divertito ma c’era troppa confusione. Non fa per me».
LA VOCE CHE DANZA. Anche considerando che, tra gli aspetti positivi dell’ attuale attività c’è il poter gestire al meglio determinati tempi. «Sicuramente sì. Ad esempio, in questo periodo, sto lavorando su un nuovo spettacolo, “Maria Callas, la voce che danza”, dedicato alla figura della grande soprano. C’è da tradurre in movimento la sua voce, le emozioni che riusciva a trasmettere. Necessario studiare attentamente ogni aspetto della sua vita, personale ed artistica. E spesso trovo ispirazione tornando da queste parti, in una casa di famiglia in campagna. La calma, la natura, l’essere solo con i gatti. Mi piace, mi fa star bene». Infine, il rapporto con Chieti. «Nel tempo, solo ritorni sporadici. Forse annoiato da quell’atmosfera pigra e provinciale, comunque tipica di tante città italiane, piccole e grandi, con eccezione di Milano, l’unica di respiro internazionale. Non vorrei, però, essere frainteso. Ho girato il mondo, tra i continenti mi manca solo l’Australia, e posso dire che, tra l’altro, i teatri più belli li abbiamo proprio qui in Italia. Peccato che un incredibile patrimonio di cultura e bellezza non sia valorizzato come meriterebbe. Quando, in autostrada, incontro tutti quei cartelli che recitano “Sei in un Paese meraviglioso” non posso fare a meno di confermarlo puntualmente ad alta voce suscitando magari l’ilarità dei miei compagni di viaggio, stanchi di sentirmelo ripetere. Ma è così».

