«Così svuotarono i libretti degli anziani»

16 Marzo 2019

Dipendenti condannate per gli ammanchi, ecco le motivazioni: «Comportamento abietto: non si sono neanche pentite»

CHIETI. «Abietto e insidioso». Così il giudice Andrea Di Berardino descrive il comportamento di Patrizia Cavalli e Marta Mantini, le due dipendenti della casa di riposo di piazza Garibaldi condannate a 5 anni di carcere, con l’accusa di circonvenzione di incapace, per aver svuotato i libretti postali di 5 anziane. Le imputate, si legge in un passaggio della sentenza di 23 pagine, non hanno cercato di «fornire una spiegazione a un fatto certo, quale l’impossibilità di stabilire la sorte di tutto quel denaro fuoriuscito dai libretti delle cinque disgraziate loro affidate per ragioni di cura». In pochi anni sparirono oltre 120mila euro.
LE CONDANNE. Secondo il giudice, le pene inflitte devono «riflettere il notevole disvalore del fatto, sprigionandosi da ogni aspetto della vicenda la abietta insidiosità delle condotte: la durata e le modalità delle azioni, l’intenzionalità del dolo, la mancanza di qualsivoglia indice di revisione critica o di pentimento o anche solo di presa di coscienza». Cavalli, 65 anni, e Mantini (57) erano coordinatrici degli Istituti riuniti San Giovanni Battista, rispettivamente del settore educativo e infermieristico. Le ospiti, «gravemente menomate e senza la benché minima percezione del significato del denaro, dipendevano in maniera pressoché assoluta dal personale assistenziale, coordinato dalle imputate, nelle quali riponevano una fiducia assoluta».
L’ABUSO. Per il giudice, «l’abuso è consistito nell’essersi le imputate tacitamente sostituite alle pazienti nella valutazione di opportunità del prelievo, inducendole a credere che i prelievi avvenissero nel loro interesse: le cure dentarie di una delle vittime, nonostante ci fossero altre priorità, giacché la donna non aveva neppure una giacca per ripararsi dal freddo; il loculo cimiteriale del figlio di una delle parti offese e l’armadio per costei, finito però nella stanza di un’altra degente; l’impossibilità di stabilire cosa sia stato acquistato per altre tre vittime».
LE USCITE. Tutti i testimoni «hanno sancito che erano Cavalli e Mantini a valutare l’opportunità che fossero sostenute spese nell’interesse dei degenti e a organizzare le uscite per l’accompagnamento all’ufficio postale». Erano sempre loro «ad occuparsi di amministrare il denaro, così come erano loro ad assistere le degenti nei prelievi più consistenti». Ma le due imputate «hanno offerto al dibattimento solo un afasico e arcigno distacco».
I SOLDI. «Sarebbe una probatio diabolica (una prova impossibile; ndr) la dimostrazione dell’uso di quel denaro per scopi personali, infinite essendo le possibilità di dispersione del bene fungibile per eccellenza». Ma non sono mancati «indizi di eccezionale gravità e precisione, come l’acquisto di un’auto da parte della Mantini, che pagò un acconto in parte in contanti e in parte con un vaglia emesso dallo stesso ufficio postale lo stesso giorno in cui aveva accompagnato una delle vittime a prelevare 2mila euro di cui, come tutti gli altri importi prelevati, si perse traccia». Quanto alla Cavalli, «le indagini sono riuscite a cogliere una significativa anomalia sul conto corrente dell’imputata, che certamente era la pianificatrice della vita delle ospiti e di conseguenza colei che potrebbe di più aver guadagnato dalla sua posizione». Il giudice fa riferimento a «versamenti mensili di contanti per qualche centinaio di euro in alcun modo giustificati dalla donna e il cui culmine si ebbe nel 2012 per poi discendere al minimo nel 2014, anno dell’esposto e della nomina degli amministratori di sostegno. Il complessivo quadro indiziario non può che condurre quegli importi contanti versati sul conto, al di là di ogni ragionevole dubbio, al denaro delle ospiti».
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