Cozzolino, per 18 imputati chiesti 216 anni

4 Aprile 2019

Verso la sentenza il processo sul collaboratore di giustizia che ha svelato il patto dei rom per la droga

VASTO . È ripreso martedì all’Aquila dopo una lunga sosta il processo al collaboratore di giustizia Lorenzo Cozzolino, la moglie, Italia Belsole, la figlia Giovanna, e altri personaggi chiave delle sue rivelazioni, Carmine e Ferdinando Bevilacqua, l’argentino German Ochsyadt, Lucia Suchella, più altre figure minori. In tutto 18 imputati delle 81 persone finite in giudizio al termine della maxi operazione “Adriatico”. Dopo le dichiarazioni di Cozzolino che ha ripetuto più volte in videoconferenza le sue rivelazioni corredandole di date, fatti e circostanze, ha parlato l’accusa e a seguire tutti i difensori. Per i 18 imputati è stato chiesto un totale di pene di 216 anni. Grazie alla scelta del rito abbreviato le pene si riducono tuttavia drasticamente, in particolare per Cozzolino. Da 24 anni, esclusa l’associazione e tenuto conto delle attenuanti e della riduzione prevista dal rito, la pena finale richiesta è di 5 anni e 8 mesi di reclusione. L’uomo ha svelato un presunto patto con i rom per la gestione del traffico della droga dalla Campania all’Abruzzo. Dall’inizio del processo non è mai stato fisicamente in aula.
Martedì l’esercito di avvocati che difende gli imputati ha fatto le arringhe difensive. La difesa è formata da Alessandra Cappa, Fiorenzo Cieri, Marisa Berarducci, Arnaldo Tascione, Antonello Cerella, Raffaele Giacomucci, Emanuela De Nicolis e Nicola Artese, quest’ultimo legale di Cozzolino. Nel tardo pomeriggio i giudici si sono ritirati aggiornando l’udienza a venerdì 12 aprile per la lettura della sentenza. L’uomo chiave dell’operazione “Adriatico” ha rivelato la presenza nel Vastese di un clan che dal 2011 fu impegnato a finanziare le proprie casse e i collegamenti con l’Olanda e l’Albania. Trentuno accusati finirono anche in carcere.
La maxi operazione venne coordinata dalla Dia. In città arrivò anche il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti. Subito dopo il blitz Roberti ammonì le autorità del territorio: «Il Vastese deve stare attento, è appetibile alle mafie. Altro che terra felice e immune dagli attacchi malavitosi». (p.c.)