Crac Villa Pini, testimone smonta la tesi della difesa
In aula Labonia consulente della curatrice del fallimento: soldi spesi per yacht sigari e ville, ma non è stata la Regione a indurre la clinica alla bancarotta
CHIETI. Se il processo al crac Villa Pini fosse finito ieri l’accusa avrebbe fatto bingo. Il teste Luigi Labonia, consulente della curatela fallimentare, è stato chiarissimo. In sintesi ha detto che a determinare la débâcle del gruppo di Vincenzo Angelini non è stata la Regione, ovvero il blocco del sistema delle cliniche private, tra la fine del 2008 e i primi mesi del 2009, ma un meccanismo di distrazione di ingenti somme, per 80 milioni complessivi, 27 dei quali tra il 2005 e il 2009, messo in piedi dal gruppo Villa Pini. Il blocco del sistema di finanziamento senza limite della sanità privata ha invece permesso di scoperchiare un pentolone enorme. E’ durato un’ora l’esame di Labonia da parte del difensore di Angelini, l’avvocato Gianluigi Tucci, ma il testimone si è trasformato in una sorta di macchina da guerra per l’accusa, rappresentata dal procuratore capo, Pietro Mennini e dal sostituto, Giuseppe Falasca, con interventi frequenti del presidente del collegio, Patrizia Medica e una domanda sostanziale, per la difesa del collegio sindacale, formulata dall’avvocato Giovanni Di Biase, affiancato dal collega Marco Femminella. Se da un punto di vista suggestivo e magari interessante giornalisticamente parlando, colpisce la frase di Labonia su come Angelini ha speso i soldi distratti, cioè in «sigari, yacht, ville, fuoriserie e altro che per pudore non dico», ovvero tangenti milionarie scoperte dall’inchiesta sulla sanitopoli d’Abruzzo, dal punto di vista sostanziale il teste ha spiegato che la “cassaforte” di Angelini era «la società Verde», in cui si muoveva «tutta la contabilità del gruppo». Quindi ha spiegato scopo e meccanismo della mega distrazione. Nel primo caso, secondo il consulente della curatrice Giuseppina Ivone, «i coniugi Angelini finanziavano altre società che, in realtà, erano sempre riconducibili a loro stessi. Con quei soldi acquistavano yacht, Ferrari e Porsche...». Passiamo al meccanismo: «Drenavano soldi da società proprie dirottandoli ad altri soggetti ma rinunciando ai rimborsi». Così, sostiene Labonia, sono state occultate ingenti perdite, scoperte solo quando la Regione ha dato lo stop al sistema delle cliniche private. Il blocco, quindi, non è la causa del crac che invece comincia quattro anni prima. Ma attenzione, il meccanismo della distrazione dei beni del gruppo era di fatto invisibile ad occhi poco attenti perché ciascun trasferimento di somme veniva riportato in contabilità. In altre parole, le carte erano al loro posto. Salvo scoprire poi che quei soldi, nelle realtà, venivano prelevati da Angelini direttamente dalle cliniche, anzi dalle banche, come anticipi di spesa, seppure in contabilità risultavano finanziati dalla Novafin alla società Verde e da questa ad altre società.
Fin qui il teste Labonia, con un’ulteriore conferma per l’accusa giunta dall’altro testimone escusso ieri, Umberto Sciarra, ufficialmente amministratore di una delle società della galassia Villa Pini ma, nella realtà, e per sua ammissione, un semplice dipendente dell’ex re delle cliniche private. All’appello però è mancata ancora una volta la regina delle testimoni, la curatrice Ivone che, anche ieri mattina, ha dato forfait in aula, questa volta perché, proveniente da Roma, è rimasta bloccata a Celano dalla nevicata. Forse il 27 marzo, data della prossima udienza, sarà la volta buona per sentirla in aula.

