Cus, peculato da 3 milioni Di Marco va a processo

19 Aprile 2018

Il presidente rinviato a giudizio per l’uso dei contributi dati dall’università  L’accusa: «I fondi utilizzati per spese estranee alle finalità dell’associazione»

CHIETI. Il presidente del Cus Chieti Mario Di Marco è stato rinviato a giudizio per peculato insieme all’ex segretario generale e tesoriere del Cus Graziano D’Intino. Secondo l’accusa si sarebbero appropriati di soldi pubblici destinati al Centro sportivo universitario dall’università d’Annunzio. Il giudice Isabella Maria Allieri ha fissato ieri la prima udienza del processo per il 5 giugno. Sono principalmente tre le vicende su cui hanno indagato gli uomini della Guardia di finanza coordinati dal maggiore Alberto De Ventura (lo stesso che si è occupato di altre inchieste alla d’Annunzio, compresa quella archiviata sulla Fondazione) e dalla pm Marika Ponziani. La prima riguarda il contributo che l’ateneo dava al Cus che sarebbe finito nelle tasche dei dirigenti del Centro sportivo attraverso la forma di rimborsi per spese non necessarie. Per l’accusa, cioè, Di Marco e D’Intino (la posizione di quest’ultimo è marginale) «si impossessavano di parte dei fondi (contributi pubblici) erogando pretestuosi rimborsi per spese non documentate ovvero estranee alle finalità e all’oggetto dell’attività dell’ente». Nel dettaglio Di Marco di sarebbe «impossessato» di 345.357 euro dal 2004 al 2012 e D’Intino di 7.300 euro dal 2010 al 2011.
La seconda vicenda di peculato riguarda, invece, una cifra ben più grande che ammonta a 2.872.633 euro. La somma sarebbe stata destinata dai due dirigenti alle squadre del Cus dal 2004 al 2013, mentre per la Procura avrebbe dovuto essere destinata a un generico «finanziamento dell’attività sportiva universitaria». La difesa fa presente che il finanziamento delle squadre universitarie è assolutamente lecito e anzi previsto dalle norme. Non la vede così la Procura, secondo cui i due dirigenti «si impossessavano di parte dei fondi del Cus per un importo complessivo pari a 2.872.633 euro, destinandoli a finalità estranee a quelle per le quali i contributi erano stati erogati (finanziamento attività sportiva universitaria) e utilizzandoli per l’acquisto di beni e servizi connessi con la gestione delle squadre di basket femminile, di calcio a 5, di pallamano». C’è anche un terzo capo d’accusa che riguarda il solo Di Marco: «Ometteva di versare entro il termine prescritto l’imposta sul valore aggiunto dovuta per l’anno 2015 per un ammontare pare a 618.597 euro». Di Marco, inoltre, si legge ancora tra le accuse, «ometteva di versare le ritenute previdenziali operate sulle retribuzioni corrisposte ai lavoratori dipendenti dal 2011 al 2015 per un importo di oltre 400mila euro».
La difesa affidata all’avvocato Leo Brocchi ha fatto presente che i rendiconti del Cus dal 2004 al 2013 sono stati preventivamente esaminati dal collegio sindacale dell’ateneo, poi approvati dal Comitato per lo sport e dal Cda universitario e nuovamente verificati dal collegio sindacale. Tutto approvato senza contestazioni prima di erogare i contributi. Né l’ateneo, né l’Agenzia delle entrate, né l’Inps si sono costituiti nel processo. Per la difesa infine ci sarebbero stati «errori contabili e di valutazione dei rendiconto» che avrebbero portato a conclusioni sbagliate.