Da Chieti a caccia dei superbatteri

4 Marzo 2017

Evelina Tacconelli in Germania dirige l’équipe di infettivologia

CHIETI. Sono dodici, e secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, rappresentano la più grande minaccia per la specie umana. Una “sporca dozzina”, individuata da una scienziata abruzzese, Evelina Tacconelli, direttore del Centro di malattie infettive dell’Università tedesca di Tübingen.

Evelina Tacconelli è nata a Chieti, ma i suoi genitori sono di Torrevecchia Teatina; nel capoluogo vestino ha compiuto gli studi classici, poi si è trasferita a Roma, dove si è laureata in medicina, e specializzata in malattie infettive, all’Università Cattolica.

Assunta come ricercatrice, si è trasferita negli Stati Uniti, dove ha lavorato per tre anni ad Harvard. Successivamente è tornata a Roma, sempre alla Cattolica, per poi ripartire alla volta della Germania, dove da cinque anni dirige il centro di malattie infettive di Tübingen. È qui che ha dichiarato guerra ai “super batteri”, organismi che si sono selezionati nel corso del tempo, contro i quali le case farmaceutiche hanno alzato bandiera bianca: troppo costoso, e troppo poco remunerativo formulare nuove molecole in grado di batterli. L’équipe della professoressa Tacconelli ne ha individuati 12, in base a una scala di pericolosità. «La lista dei batteri più pericolosi per la salute pubblica», spiega, «è stata commissionata dal Ministro della Sanità tedesco all’Oms per la discussione durante il Meeting del G20 a maggio. Questa settimana c’è stata la prima riunione dei ministri della sanità del G20, a Berlino. In quella sede i ministri hanno discusso anche di altri argomenti, tra i quali come usare la nostra lista per convogliare incentivi economici alle case farmaceutiche per produrre gli antibiotici di cui abbiamo bisogno per ridurre la mortalità». Già, perché qui proprio di mortalità si tratta, col tempo che non gioca a favore della razza umana. «C’è una fascia critica di farmaci di cui abbiamo bisogno entro 5 anni», prosegue Tacconelli, «perché per batteri che sono in quel gruppo attualmente non esiste terapia alcuna, con percentuali elevate di mortalità». Percentuali che attualmente si attestano al 60%. La cosa che lascia stupefatti, è che non si sta parlando di nuove malattie apparse all’improvviso sulla scena, ma di “banali” infezioni che si possono contrarre anche in ospedale, se si è pazienti a rischio, come gli anziani, e che possono portare a sepsi, o polmoniti fatali. Ma come siamo arrivati a questo punto? La risposta è complicata, perché se da un lato è innegabile che negli anni ci sia stato un uso improprio degli antibiotici, dall’altro sono sempre più frequenti i casi di alimenti, soprattutto di origine animale, che contengono grandi quantità di antibiotici usati negli allevamenti intensivi. «Abbiamo trovato animali», aggiunge la professoressa Tacconelli, «provenienti dalla Cina, con residui di colistina, una molecola che non usiamo neanche in rianimazione per quanto è potente». La colistina era nei polli, ma come spiega lo scienziato non è affatto infrequente riscontrare antibiotici anche nella carne bovina, anche quella di provenienza europea. «Lavoriamo con varie organizzazioni internazionali per cercare di ridurre i problemi che questi germi superpotenti possono causare. È necessario sviluppare nuovi farmaci. Studiosi americani hanno fatto una previsione: se continuiamo in questo modo anche la normale chirurgia, tra 10 anni, potrebbe essere correlata ad alta mortalità, perché gli antibiotici non funzioneranno più per infezioni sostenute da batteri resistenti». Nella lista dei superbatteri, in posizione mediana, anche salmonella, helicobacter e gonorrea, «una malattia, questa, che si pensava debellata e che invece sta riemergendo in maniera drammatica». Senza contare il costo per la collettività derivante dagli effetti di queste malattie. Fino a cinque anni fa era possibile trattare a casa diverse patologie, per le quali, oggi, è necessario il ricovero in ospedale .

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