D’Amico nelle aree interne: cambiamo le cose insieme

Il candidato del campo largo incontra gli elettori nei borghi del Sangro
MONTEFERRANTE
Un buffetto sul viso, un sorriso. Un «Lucia’, mi ricordo di te bambino, in negozio, quando davi una mano a papà». Eccolo, Luciano D’Amico, il figlio della provincia che torna a casa.
È una mattina fredda e piovosa nel Sangro, la nebbia fitta non permette di vedere a un palmo dal proprio naso. A stento ci si accorge del rosso che accende la natura in questo periodo dell’anno. A Monteferrante, però, ci si riconosce anche con la foschia. Costeggi il lago di Bomba e poi sali, sali, finché non arrivi in questo minuscolo paese, cento abitanti («Centouno!», ci tiene a chiarire la sindaca Patrizia D’Ottavio) a 800 metri di quota. Il municipio, il bar in piazza, poco altro: il classico borgo abruzzese che lotta per sopravvivere. «Qui però c’è qualcosa che non si trova altrove: il senso di comunità», ribatte D’Amico. L’ex rettore dell’UniTe conosce bene questa parte dell’Abruzzo profondo. È originario di Torricella Peligna, a pochi chilometri da Monteferrante: in questi paesi conserva i ricordi della propria infanzia. Il campo largo in formato maxi – dentro ci sono da Rifondazione ai riformisti – lo ha scelto per correre alle elezioni suppletive alla Camera dei deputati. Uno scranno da tenere occupato per meno di un anno – al massimo – ma che ha un significato politico preciso. «Non è un voto per mandare una persona a Roma, ma per mandare un messaggio: i problemi delle persone non sono quelli di cui parla il governo. Per questo siamo pronti a prendere il loro posto, l’anno prossimo a Palazzo Chigi e tra due anni in Regione», è il mantra che l’ex rettore dell’UniTe ripete in ogni incontro di questa giornata infinita. Monteferrante è la prima di nove tappe per nove dibattiti “intimi” – esclusa la sosta lancianese – di fronte alla resistenza delle aree interne, chi non se ne è andato ma ha deciso di rimanere. Un gruppo non particolarmente folto, ma in una sfida elettorale che si preannuncia ad alto tasso di astensione (le previsioni dicono 20% di affluenza su un totale di oltre 330mila aventi diritto), sarà battaglia all’ultimo voto. La vittoria passerà anche per i piccoli centri.
Chi abita a Monteferrante ha gli stessi problemi di chi vive a Civitaluparella, Quadri, Montebello: le aree interne sono tutte uguali, preziose e dimenticate. L’elefante nella stanza qui è la mancanza di collegamenti con Villa Santa Maria, dove ha sede la banca più vicina e il distretto sanitario di riferimento. E poi c’è il problema del medico di base che ogni giorno, per un’ora, viene in paese: è a un passo dalla pensione e non è detto che un altro dottore sia disponibile a sostituirlo. «Per noi, così, diventa difficile anche avere una ricetta medica. Oltretutto abbiamo una popolazione mediamente anziana, gli spostamenti possono essere complicati», spiega la sindaca D’Ottavio, il cuore pulsante della comunità, arrivata al suo quarto mandato. «Mia madre vive a Torricella Peligna, e mi dice che sta accadendo lo stesso», risponde D’Amico. «La qualità della vita in questi paesi è alta. Credo si possa dire tranquillamente che si sta meglio qui che in un appartamento in periferia. Ma per permettere alle persone di rimanere o trasferirsi bisogna dare la possibilità alle famiglie di mandare i figli a scuola, di poter avere una farmacia, un presidio sanitario a disposizione senza che raggiungerlo diventi un viaggio impossibile. Non serve fare la rivoluzione», aggiunge, «serve fare. Dare incentivi concreti ai medici, creare dei collegamenti. Monteferrante non ha bisogno di un autobus da sessanta posti, un veicolo da nove è sufficiente. Si può fare e noi vorremmo farlo: il lusso di vivere qui non si può perdere». Monteferrante applaude. D’Amico stringe mani e ringrazia, gli danno tutti del tu. Poi una signora lo avvicina: «Dì un po’, come sta mamma?».
«Siamo in ritardo, dobbiamo sbrigarci», ricorda Saverio Gileno a D’Amico. Si riparte. In questa campagna elettorale in tempi record – un mese circa – il segretario regionale dei Giovani dem è il Sancho Panza del «prof», come lo chiamano in molti. Gileno gestisce gli impegni, si occupa anche della comunicazione. È fiducioso: «Affluenza del 25% e vinciamo con tre punti di scarto», assicura. E intanto si arriva a Pennadomo, borgo di 196 abitanti che si trova sull’altra sponda del lago di Bomba. Durante il tragitto si incontra anche un cerbiatto; poco prima, una cascata. Quindi un ricordo. «Quando ero piccolo scendevo qui insieme ai miei amici in bicicletta. Arrivare era facile, risalire un po’ più faticoso...», dice D’Amico. Memorie di un’infanzia da montanari. In Comune lo accoglie il sindaco Nicola Frattura. «Non c’è bisogno che ve lo presenti, è uno dei nostri», è la sua introduzione. Anche qui il trasporto pubblico è un problema. Le rivendicazioni contro l’amministrazione regionale si mescolano a quelle contro Palazzo Chigi. Il turismo che vive sulle coste chietine ma fa fatica ad arrivare alle aree interne, il caro gasolio, il caro vita. «Chi guadagna poco vive sempre peggio, chi guadagna molto vive sempre meglio. Noi crediamo che sia ingiusto», dice D’Amico. La sala annuisce. Tempo per un caffè prima di salutarsi? L’ex rettore rifiuta, il tour de force impone ritmi serrati. Allora il sindaco gli strappa una promessa: se vincerà le elezioni, dovrà fare l’intero percorso di trekking che passa sopra la “pinna”, il massiccio roccioso che dà il nome del paese. D’Amico stringe il patto.
La giornata prosegue, la nebbia si dirada. Al gruppo si è aggiunto Alessio Monaco, consigliere regionale Avs e sindaco di Rosello, altro piccolo borgo della costellazione chietina. In strada i colori dell’autunno, ora più nitidi, sono i compagni di viaggio. Montebello sul Sangro, 79 abitanti, che prima era Buonanotte (gli autoctoni la chiamano ancora così), Civitaluparella, Quadri. Un ecosistema di borghi tenuto in vita anche dall’area industriale della Val di Sangro, dove viene prodotto il Fiat Ducato. Stellantis ha promesso di rilanciare lo stabilimento di Atessa con un piano industriale da un miliardo in cinque anni. Intanto, però, in Polonia c’è una fabbrica che produce lo stesso modello. «Come convinciamo Stellantis a rimanere?», si domanda D’Amico. «Offrendo delle ragioni per continuare a stare qui». Significa, dice, la possibilità di trasportare i furgoni via mare o per un’autostrada non impantanata nei cantieri come l’A14. Ma c’è anche il problema dell’elettricità. Quindi D’Amico ricorda un aneddoto della sua infanzia. «Allora eravamo poveri, ma non lo sapevamo. L’elettricità andava e veniva, a casa avevamo spesso le candele accese. Solo dopo abbiamo capito che erano romantiche!», ironizza. «Quando andava via la corrente, noi ci rimanevamo male, soprattutto se in quel momento stavamo guardando la televisione». A Civitaluparella annuiscono tutti, è un ricordo collettivo. «Per noi era sopportabile, ma non può esserlo per la Sevel. Per loro l’interruzione della corrente significa l’interruzione della produzione». E se l’interruttore si spegne una volta per tutte, anche la zona del Sangro, e quel che rappresenta, rischia di scomparire. Per sempre.

