Delitto Daita, sconto di pena a D’Onofrio

23 Novembre 2019

La Corte d’appello riduce da 13 a 8 anni e mezzo gli anni di carcere per il giovane operaio che picchiò il 52enne teatino 

CHIETI . La morte del giornalista Simone Daita fu un omicidio preterintenzionale anche per i giudici di secondo grado. Ma la Corte d’assise d’appello riduce da 13 a 8 anni e mezzo di carcere la condanna nei confronti di Emanuele D’Onofrio, l’operaio teatino di 27 anni che, colpito con un pugno dalla vittima, reagì riducendola in fin di vita il 28 febbraio del 2015, in piazza Vico, nel cuore del centro storico di Chieti. Il 15 marzo dell’anno successivo, senza aver mai ripreso conoscenza, Daita si spense a 53 anni all’ospedale di Pescara. Quella di D’Onofrio, dunque, non fu legittima difesa ma un’aggressione, come sottolineato ieri in aula dal sostituto procuratore generale Carlo Paolella, che aveva chiesto la conferma della sentenza di primo grado. Adesso bisognerà attendere 90 giorni per conoscere le motivazioni che hanno spinto i giudici aquilani (presidente Armanda Servino, a latere Carla De Matteis) a confermare l’omicidio preterintenzionale con una pena inferiore però di 4 anni e mezzo rispetto a quella decisa dal tribunale di Chieti il 12 febbraio del 2018.
L’EPISODIO. Quella sera di quattro anni fa, D’Onofrio è al bar Bon Bon con gli amici. Molti clienti, per lo più ragazzi, si intrattengono anche all’esterno. A un certo punto arriva Daita, «persona che spesso abusava di sostanze alcoliche», è precisato sulla sentenza di primo grado. Anche stavolta è «già alterato»: insulta tutti, va e viene dal locale, dice frasi sconnesse. In un primo momento l’uomo si dirige contro un amico di Emanuele, che riesce però a liberarsene ignorandolo ed uscendo dal locale. Sempre secondo le testimonianze, Daita comincia a infastidire D’Onofrio. Poi, lo chiude spalle al muro e gli tira un pugno. A questo punto il giovane operaio risponde: l’imputato parla di un unico colpo, ma per l’accusa si tratta invece di una reazione scomposta, esagerata e punitiva.
L’ACCUSA. Il consulente della Procura, il medico legale Cristian D’Ovidio, ritiene che i pugni in faccia siano stati almeno due, «dotati di alta intensità». Proprio in questa direzione, il sostituto procuratore generale ha sostenuto la volontà di D’Onofrio di fare del male a Daita, provocandogli delle lesioni. La stessa accusa ha rimarcato l’abilità sportiva dell’imputato, che in giovane età - nella sua categoria - si era aggiudicato il campionato italiano di Light Sanda, sport di combattimento cinese simile al pugilato. La parte civile, rappresentata dagli avvocati Mauro Faiulli ed Enrico Raimondi, ha sottolineato come Daita fosse stato molesto ma non pericoloso: «Un uomo di corporatura così esile, che a malapena si reggeva in piedi, non poteva incutere timore a un ragazzo sportivo ed esperto di arti marziali. Quelli di D’Onofrio sono stati pugni violenti e precisi, scagliati con l’obiettivo di dare una lezione a Daita».
LA DIFESA. Anche ieri Emanuele, apparso provato, ha deciso di parlare davanti ai giudici. Ha detto di non ritenersi un assassino e di aver colpito Daita, in modo istintivo, solo nel momento in cui si è sentito in pericolo. Il suo legale, l’avvocato Roberto Di Loreto, ha ribadito che quella sera D’Onofrio si è solamente difeso da un’aggressione: colpito al volto, spinto contro il muro e senza via di fuga - è la tesi della difesa - il giovane operaio non avrebbe avuto altre scelte.
LA SENTENZA. È arrivata intorno alle 16.30, dopo tre ore di camera di consiglio. In aula c’erano anche i genitori dell’imputato. D’Onofrio dovrà risarcire in separata sede i familiari di Daita. Scontato il ricorso in Cassazione per chiedere l’annullamento della condanna.
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