Di Lello offre 350mila euro

3 Marzo 2017

Vuole risarcire coi soldi dell’assicurazione per la morte di Roberta. I D’Elisa: sono pochi

LANCIANO. La difesa di Fabio Di Lello mette sul piatto della bilancia, quello del risarcimento alla famiglia di Italo D’Elisa, il “prezzo” della vita di Roberta Smargiassi. Ovvero i 350mila euro che l’assicurazione dei D’Elisa pagherebbero al panettiere per la morte della moglie, investita, mentre tornava a casa in scooter, dall’auto guidata dal ragazzo. Una cifra considerata assolutamente incongrua dai parenti di Italo, che ieri hanno chiesto di essere ammessi come parte civile al processo per omicidio, iniziato ieri in Corte d’assise a Lanciano. Una richiesta che è anche una chiara, anche se indiretta, risposta alla trattativa in corso tra difesa e parti civili: 350mila euro è una somma inaccettabile per chi ha perso un figlio, un fratello, un nipote, in circostanze così violente. Questo si cela dietro il primo atto di una dura battaglia giudiziaria, rinviata per ora al prossimo 10 marzo.

IL NODO PROCESSUALE. È la premeditazione l’elemento chiave attorno al quale girano gli sviluppi e l’esito del processo. La difesa punta a dimostrare la seminfermità mentale di Di Lello, il quale si sarebbe procurato la pistola al solo scopo di usarla contro se stesso. Compito degli avvocati Giovanni Cerella e Pierluigi Andreoni è quello di limitare i danni: evitare l’ergastolo al panettiere sarebbe già una grande vittoria. L’ex calciatore, 33 anni, rischia il carcere a vita nel caso venisse confermata l’accusa formulata dalla Procura: omicidio volontario premeditato. Per l’accusa il delitto D’Elisa, invece, è nato nella mente di Di Lello subito dopo la morte della moglie ed è stato programmato per mesi. Il procuratore capo di Vasto, Giampiero Di Florio, svelerà le sue carte solo nelle prossime udienze. Una, però, potrebbe ruotare attorno alla presunta gravidanza di Roberta: la relazione dell’anatomopatologo sull’autopsia potrebbe rivelare che la donna non fosse, in realtà, incinta, speranza alimentata magari da un ritardo nel ciclo. Come cruciale potrebbe rivelarsi il faccia a faccia davanti al bar tra la vittima e l’omicida, pochi attimi prima che quest’ultimo prendesse dall’auto la calibro 9 e scaricasse quattro colpi, tre dei quali andati a segno, su Italo. Poco più di due minuti immortalati dalle telecamere in via Perth, dove pare che i due non aprano bocca. Nessuna provocazione, insomma, da parte di Italo che, dal canto suo, rimane lì, ad aspettare il suo destino, come se non avesse percepito l’imminente pericolo.

L’UDIENZA. Le misure disposte per accogliere a Lanciano il processo per l’omicidio D’Elisa -strade chiuse, tribunale blindato e restrizioni nell’accesso all’aula- risultano eccessive davanti alla durata lampo dell’udienza. Poco meno di 15 minuti, nei quali va in scena il canovaccio annunciato nei giorni precedenti dalle parti. Dopo aver dato lo stop ad ogni tipo di ripresa fotografica e audiovisiva in aula (anche le parti non acconsentono), alle 10 il presidente della Corte d’assise, Marina Valente -affiancata dal giudice togato Andrea Belli e da sei giudici popolari in fascia tricolore- dà il via all’udienza. Si costituiscono parti civili i genitori, Angelo e Diana D’Elisa, e i nonni, patrocinati dall’avvocato Pompeo Del Re, il fratello minore Danilo e gli zii paterni, Luca, Andrea e Alessandro, rappresentati da Gianrico Ranaldi. «Siamo una famiglia unita che crede nelle regole della legalità. Pertanto abbiamo fiducia nell’operato dell’autorità giudiziaria», dice in un comunicato la famiglia D’Elisa, «attendiamo, quindi, una decisione giusta che applichi una pena adeguata all’efferatezza del fatto commesso. Ringraziamo le tantissime persone che hanno espresso vicinanza alla nostra famiglia e hanno ricordato i talenti di Italo e il suo altruismo. Noi all’odio rispondiamo con i valori della legalità e con le regole del vivere civile». I difensori di Di Lello chiedono i termini a difesa preannunciando anche la richiesta di rito abbreviato condizionato alla perizia psichiatrica su Di Lello (richiesta che sarà ufficializzata nella prossima udienza, fissata al 10 marzo). «Quando ha acquistato la pistola, sei mesi fa, Fabio voleva eliminare se stesso», ribadisce Cerella, «non voleva uccidere». Smessa la toga il procuratore Di Florio, affiancato dal sostituto Gabriella De Lucia, si lascia andare a qualche dichiarazione fuori dal tribunale: «La Procura ha confermato l'accusa di omicidio volontario premeditato. Abbiamo ritenuto evidente la prova ed era inutile attendere.Le richieste della difesa sono previste dal codice penale. È un loro diritto e noi ne prendiamo atto. Mi auguro», conclude Di Florio, «un percorso sereno del processo. Qui a Lanciano c’è meno tensione e pressione rispetto a Vasto».

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