Di Lello, pena ridotta a 20 anni in appello

L’Assise dell’Aquila rivede la condanna a 30 anni del primo grado per il panettiere che ha ucciso l’investitore della moglie
VASTO . Non infierì sulla vittima. Fu il dolore che aveva stravolto la sua mente ad armare la mano di Fabio Di Lello quando il 1° febbraio 2017 esplose tre colpi di pistola ferendo a morte Italo d’Elisa, il ventunenne che aveva investito e ucciso la moglie di Di Lello sette mesi prima. Il presidente della Corte d’assise d’appello, Luigi Catelli, ieri ha condannato Fabio Di Lello a 20 anni di reclusione riducendo di 10 anni la pena di primo grado. Alla lettura del dispositivo fatta alle 13,40 la mamma di Italo, Diana, non è riuscita a trattenere lacrime e grida di disperazione vinta dallo sgomento. Fabio Di Lello non era in aula: aveva preferito tornare in carcere al termine delle arringhe. Il padre Roberto, ha chinato il capo sfinito dalla tensione. Nessuno ha esultato.
Il verdetto è arrivato dopo due ore di Camera di consiglio. I giudici della Corte d'assise d'appello hanno tenuto conto delle attenuanti generiche e hanno eliminato l’aggravante della minorata difesa. Grande la soddisfazione dei difensori dell’imputato, Giuliano Milia e Pierpaolo Andreoni. «Nessuna esultanza», ha detto Andreoni. «Questa sentenza riconosce e rispetta i sentimenti. Non ci sono sensazioni. Tre famiglie sono state distrutte da questa vicenda». Per dimostrare che Fabio Di Lello non aveva premeditato il delitto i difensori hanno mostrato alla Corte i filmati dell’incidente costato la vita a Roberta Smargiassi e quello dell’omicidio D'Elisa. La parte civile rappresentata dagli avvocati Pompeo Del Re e Gianrico Ranaldi, aspetta ora le motivazioni della sentenza ma non esclude il ricorso in Cassazione. In primo grado Di Lello era stato condannato a 30 anni di reclusione.
Ieri mattina, dopo la puntualizzazione di alcuni aspetti tecnici, si è passati all’interpretazione della perizia psichiatrica ripercorrendo lo stato mentale e il comportamento di Di Lello dopo l’incidente mortale della moglie Roberta Smargiassi, investita, in sella a uno scooter, da d’Elisa all'incrocio tra corso Mazzini e viale Giulio Cesare.
Il procuratore generale Pietro Mennini e le parti civili hanno ribadito le ragioni della condanna di primo grado per l’omicidio di Vasto, per le quali il procuratore capo del trobunale istoniense, Giampiero Di Florio, aveva chiesto l’ergastolo, rifiutando la concessione delle attenuanti. Hanno fatto l’esatto contrario i difensori di Di Lello, che. invece, hanno ribadito e rinnovato la richiesta delle attenuanti generiche evidenziando la grave depressione diagnosticata al loro assistito durante il periodo detentivo che smentiva la premeditazione. Una tesi che è stata accolta dalla corte.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

