Di Paolo: «A Crecchio clima avvelenato»
Il sindaco commenta il ricorso dei suoi avversari sull’elezione poi respinto dai giudici del Tar
CRECCHIO. «É un ricorso figlio di un clima avvelenato che da tempo si respira in paese. Ma la sentenza non è affatto sorprendente, perché il Tar ha deciso nell'unico modo che ci si poteva aspettare in quanto il ricorso del mio avversario era davvero inammissibile». Commenta così il riconfermato sindaco Nicolino Di Paolo la pronuncia del Tribunale amministrativo regionale, sezione staccata di Pescara, che venerdì scorso ha di fatto spento definitivamente i riflettori sugli strascichi giudiziari del dopo elezioni comunali del 25 maggio, quando il candidato a sindaco di Crecchio futura Luigi D'Alessandro aveva proposto ricorso chiedendo di annullare la consultazione. Secondo D'Alessandro, sul vantaggio di 31 voti totalizzato dal sindaco uscente (1.080 voti contro 1.049) aveva pesato in modo decisivo la partecipazione di diciotto residenti rumeni iscritti nelle liste di cittadini comunitari con diritto a esprimere la preferenza nell'urna. «É stato fin troppo chiaro, dall'inizio», argomenta Di Paolo, «che i miei avversari puntavano a far passare la tesi del voto rumeno come ago della bilancia nel risultato dello spoglio. Cioè, se fossero stati annullati quei diciotto voti, che costituivano oltre la metà del divario tra noi e loro, automaticamente le elezioni avrebbero dovuto essere ripetute». Ma il ricorso verteva, avverte il sindaco, «sul diritto al voto per quegli elettori, che secondo il mio avversario non avevano firmato di proprio pugno la richiesta di ammissione nelle liste aggiuntive. Ho trovato questo ragionamento molto stravagante», prosegue Di Paolo, «perché, al di là della questione della firma, questi residenti si sono poi recati al seggio e hanno imbucato la scheda delle amministrative nell'urna. Hanno cioè votato, rivelando così in modo inequivocabile di voler partecipare alle nostre elezioni. Un particolare, ho sempre pensato fin da quando mi venne notificato il ricorso, che avrebbe troncato qualsiasi qualsiasi discussione».
Un'ulteriore riprova, secondo Di Paolo, che i rumeni intendevano prendere parte alle consultazioni, «sta nel fatto che gli undici rumeni di cui era stata messa in dubbio l'autenticità della firma si sono costituiti nel giudizio davanti al Tar insieme ai nostri consiglieri eletti, in quella stessa sede in cui si tentava di mettere in dubbio il loro coinvolgimento attivo, fino al momento elettorale, nelle vicende della nostra comunità».
L'inammissibilità stabilita dal Tar si riferisce invece all'incidenza di quei voti sull'esito finale, che non sarebbe stato inficiato dall'annullamento delle schede. «É proprio qui il punto», annota Di Paolo, «giacché l'autore del ricorso voleva insinuare, è evidente, che questi stranieri avrebbero votato tutti per la mia lista, determinandone la vittoria. Ma nessun giudizio davanti a un Tar potrebbe mai appurare la verità, dal momento che il voto è segreto. E in ogni caso, anche undici voti annullati non avrebbero spostato il risultato finale, poiché è chiaro che all'annullamento non conseguiva l'attribuzione alla lista dei nostri avversari».
Francesco Blasi

