Di Primio: «Ferrara attaccato alla poltrona»

L’ex sindaco difende le scelte della sua giunta: «Indebitamento ereditato, non abbiamo fatto mutui»
CHIETI. «Sbagliato fare come Schettino, meglio fare come il sindaco di Chieti: rimanere attaccato alla poltrona e allo stipendio». Inizia così l’attacco diretto dell’ex sindaco Umberto Di Primio dopo la richiesta di dimissioni rispedita al mittente da Diego Ferrara. Parla di «fandonie di chi si è dimostrato incapace» e dice di aver letto «gli atti della Corte dei conti che certificano l’incapacità di questa amministrazione, arrogante e mistificatrice».
«Il piano di riequilibrio», sostiene Di Primio, «firmato dall’assessore alle finanze e votato dall’attuale maggioranza e sindaco, è stato clamorosamente bocciato perché sbagliato. I debiti? Ci sono sempre stati, anche se non sono affatto quelli che loro dichiarano. I miei erano quelli di Ricci, quelli di Ricci erano quelli che lui ha trovato. Funziona così in tutti i Comuni, non si riparte da zero». L’ex sindaco condanna il predissesto, definito «un atto di egoismo e di viltà amministrativa». «In dieci anni», continua nella sua analisi, «non abbiamo fatto un mutuo, non potevamo a causa dell’ indebitamento fatto da altri, abbiamo pagato molti dei debiti trovati e a causa dell’inadeguatezza della società addetta alla riscossione, qualcosa è rimasto indietro. Abbiamo avuto tagli dei finanziamenti che ci hanno obbligati a fare i conti con risorse sempre più limitate, e abbiamo vissuto le difficoltà connesse all’introduzione della nuova contabilità pubblica, che per legge, nel 2015, ci ha costretti ad un’operazione di riaccertamento straordinario con un impatto sul bilancio di oltre 28 milioni di euro. Abbiamo accantonato milioni di euro perché ce lo ha imposto la legge. Ovvero buona parte del famoso disavanzo».
Torna a criticare «l’attaccamento alle poltrone, più forte del senso di responsabilità che comporterebbe le dimissioni» anche l’intergruppo di minoranza. «Ferrara doveva essere un grande capitano», dice Serena Pompilio, «atto a riportare in porto la nave in burrasca, un novello Vespucci. La nave è affondata inesorabilmente ed è una triste consolazione che oggi non si senta Schettino. Rimanendo al timone, saremo costretti a pagare stipendi ad amministratori, parenti e sodali». (y.g.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.

