«Diceva che sarei morto se lasciavo la Legio»
Don Andrè, in aula i primi testimoni: frustate alla schiena e pavimenti da leccare per punizione
LANCIANO. «Dovevamo leccare il pavimento, facendo croci con la lingua, perché era sicuramente più pulito delle nostre coscienze. Quando avevamo pulsioni sessuali dovevamo punire il nostro corpo, inginocchiarci con le nocche delle mani rivolte sul pavimento. Usciva il sangue dalle ginocchia e dalla schiena quando ci frustava con il rosario. Accettavo tutto? Certo, per evitare che la mia anima la prendesse il demonio. Ero un soldato perfetto. Poi ho cominciato a ribellarmi, a capire». È un fiume in piena S.R., 31 anni, parte civile e imputato nel processo a don Andrè Luiz Facchini, ex parroco di Sant’Agostino accusato di violenza privata aggravata, lesioni personali, violazione di domicilio, ingiurie, minacce e molestie telefoniche. Secondo la Procura, avrebbe fatto subire ai ragazzi penitenze di tipo corporale quando questi “violavano” le regole che lui imponeva. Accuse confermate dai primi due ragazzi ascoltati ieri (prossima udienza il 19 aprile), che hanno cercato di ricostruire, anche tra le lacrime, quello che avveniva nella parrocchia, e la figura di don Andrè, descritto come una sorta di despota che, con la scusa di dover combattere il demonio (diceva di ricevere indicazioni dagli angeli e dalla Madonna), raggirava ragazzi fragili. Sotto la lente c’è anche il ruolo della Curia, informata di quanto accadeva, persino che il prete violava il segreto confessionale, ma lo ha allontanato solo nell’ottobre 2011.
«Sono entrato nella Legio dopo un momento difficile nel 2008», racconta in aula S.R., «e fui ben accolto dall’associazione. C’erano regole da seguire come la castità per chi non era sposato, messe, orari per andare a dormire. E se non venivano rispettate c’erano punizioni, come strisciare in ginocchio sul pavimento della chiesa, leccarlo perché, diceva il prete, era più pulito delle nostre coscienze. Poi nel 2009 durante un ritiro al nord assistetti al rito della flagellazione: tre frustate per ogni anima da salvare. Le dava lui sulla schiena nuda, dalle ferite usciva il sangue. Anche in chiesa l’ha fatto. Col tempo cominciai a notare che le sue attenzioni si erano fatte morbose», conclude il ragazzo, «l’amore fraterno che chiedeva era fatto di abbracci e carezze che andavano oltre i limiti». Il parroco fece anche regali al ragazzo: telefoni, vestiti, viaggi. «Usava le confessioni per tenerci in pugno», aggiunge S.R., «mi sono allontanato nell’agosto 2011, lui profetizzava la mia morte: “Se non rimani vicino a me”, diceva, “farai un vita di inferno, morirai”. Ancora oggi sento la sua voce». S.R. è stato in cura da uno psicoterapeuta, come A.D.A., altra parte civile del processo che, tra le lacrime, ha raccontato i richiami e le umiliazioni subite da don Andrè nella Legio: «Mi faceva sempre sentire in colpa. Osteggiò anche la relazione con quello che è oggi è mio marito: diceva che doveva diventare sacerdote, che lo dovevo lasciare in pace». (t.d.r.)
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