Diomede morto per difendere il figlio. Il saluto di Allegra: «Addio papi… mi mancherai tanto». Don Alessio: «Raccogliamo i cocci»

Commozione e lacrime al funerale di Diomede Barchiesi, il 50enne morto per aver cercato di difendere il figlio nel corso di una lite a Fossacesia. La secondogenita legge una lettera scritta al padre: “Avevamo ancora tantissime cose da fare, tante tappe da festeggiare insieme: la mia maturità, il mio diciottesimo, la mia patente”
LANCIANO. "Caro Papi, all'inizio di quest'anno ho pensato che avrei fatto tante cose, ma questa sicuramente non era in programma". È iniziato così, con queste parole, il saluto di Allegra, la secondogenita, in una lettera al padre, pronunciato nella Cattedrale Madonna del Ponte di Lanciano al termine della messa funebre di Diomede Barchiesi, 50enne morto venerdì scorso per un pugno ricevuto durante una lite sul lungomare di Fossacesia, dove era intervenuto per difendere il figlio.
Un ultimo messaggio carico di dolore, ma anche di ricordi, rivolto a un padre con cui aveva ancora tanti momenti da vivere. "Non avrei mai potuto immaginare - scrive - che la tua vita si sarebbe fermata così presto. Avevamo ancora tantissime cose da fare, tante tappe da festeggiare insieme: la mia maturità, il mio diciottesimo, la mia patente. Insomma, momenti che chiunque vorrebbe vivere con il proprio papà. Momenti che non potrò più festeggiare con te, perché qualcuno ha deciso di portarti via da me".
"Siamo sempre stati tu e io - aggiunge -. Ogni persona che conoscevo non faceva altro che dirmi: 'Sai, sei uguale a tuo papà'. E, ripensandoci, penso che non esista complimento migliore. Posso solo sperare di essere almeno un po' di quello che sei stato nella tua vita: una persona solare, gentile, disponibile, sempre pronta ad aiutare gli altri. Una qualità che, non a caso, era riconosciuta da tutti".
"Non avrei potuto chiedere - conclude - un papà migliore. Mi hai sempre accontentata, hai sempre provato a strapparmi un sorriso. Litigavamo spesso, è vero, ma d'altronde, come dicevano tutti, avevamo lo stesso carattere. Quindi era inevitabile. Mi mancherai tanto, Papi. E anche se non te l'ho mai detto abbastanza, ti voglio bene".
"Raccogliamo i cocci e trasformiamo l'odio in amore". È l'invito lanciato da don Alessio Primante nell'omelia per Diomede Barchiesi, nella Cattedrale Madonna del Ponte, nel giorno dell'ultimo saluto al 50enne di Lanciano morto venerdì scorso dopo cinque giorni di coma per un pugno ricevuto durante una lite sul lungomare di Fossacesia, dove era intervenuto per difendere il figlio.
Il sacerdote, responsabile della cappellania scolastica della diocesi e docente al Liceo Classico di Lanciano, ha scelto l'immagine di una torre di Lego costruita da bambino e poi improvvisamente crollata. Davanti ai pezzi caduti, ha spiegato, ci sono due possibilità: buttarli via oppure raccoglierli e ricominciare. "Come un fratello, vorrei raccogliere i cocci" ha detto, riferendosi ai cocci di una comunità, di una famiglia, di una vita: quella di Diomede. Da qui il riferimento al profeta Ezechiele e alla contrapposizione tra "cuore di pietra" e "cuore di carne". Il primo è il cuore che, davanti al crollo, rinuncia a ricostruire, diventa pesante e trasforma la frustrazione in violenza.
"L'unica parola del cuore di pietra è violenza". Il cuore di carne, invece, "vive, sopravvive, nonostante tutto sta lì, presente". È il cuore capace di bene e di umanità. E proprio la parola "presente" don Alessio l'ha associata a Diomede: "Tutti hanno detto una cosa specifica: era presente. Quando c'era un problema era presente". Per la famiglia e per chi gli stava accanto. "Era un cuore buono, era un cuore di carne e non un cuore di pietra".
L'omelia è diventata così un invito alla comunità a riprendere i pezzi, rialzarsi e ricostruire insieme. Anche quando tutto sembra crollato, bisogna trovare il coraggio di ripartire. "Rimettiti in sella e pedala", ha detto il sacerdote. E soprattutto impedire che il dolore generi altro dolore. "Facciamo entrare l'odio alla nostra tavola e trasformiamolo insieme in amore". Non cancellare ciò che è accaduto, ma scegliere cosa fare di quei cocci. Infine, il cuore di Diomede diventa il simbolo di ciò che resta: "Sembrava essersi spento, ma batte ancora". Batte nel ricordo e nella responsabilità di una comunità chiamata a ricostruire. "Perché noi siamo più di questo", ha concluso don Alessio.

