Dipendente chiede i danni al Comune

21 Maggio 2018

Funzionaria avvia una causa per mobbing e pretende 220mila euro: «Costretta a lavorare in piedi e demansionata»

LANCIANO. Trascina il Comune in tribunale accusandolo di mobbing e chiede un risarcimento di oltre 220mila euro. A.R.M., dipendente del Comune di Lanciano, rappresentata dagli avvocati Maria Ida Troilo e Daniela Frini, ha deciso di presentare un ricorso al giudice del lavoro per vedere riconosciuta una condotta di mobbing da parte dell’ente, per ottenere l’annullamento delle schede di valutazione performance degli anni 2014, 2015 e 2016 che sarebbero state fatte in modo improprio e per la decurtazione del 2,50% operata dall’amministrazione sulla sua retribuzione lorda. A rappresentare il Comune nell’udienza già fissata dal giudice Cristina Di Stefano il 2 luglio sarà l’avvocato Giovanni Carlini.
Nel ricorso si parla di anni di presunti soprusi, vessazioni, isolamento e demansionamenti che avrebbero esasperato la dipendente fino alla decisione di rivolgersi al giudice. La donna è stata assunta a tempo indeterminato il 28 dicembre del 2009 come esecutore amministrativo categoria b1, ma dal 2005 aveva svolto mansioni si documentalista a tempo determinato in diversi settori, patrimonio e servizio ticket. Come riportano gli avvocati Troilo e Frini da subito però avrebbe subito persecuzioni e vessazioni sul posto di lavoro: per lungo tempo, sarebbe stata costretta a lavorare in piedi senza scrivania né sedia e, nel 2006, sarebbe rimasta 3 mesi inspiegabilmente senza stipendio. Quando ha chiesto spiegazioni, il dirigente di turno le avrebbe risposto così: «Cosa vai cercando, devi aspettare poi per quei pochi soldi che ti toccano». Nel ricorso si sostiene che la donna avrebbe svolto per anni mansioni superiori sostituendo colleghi in ferie senza paga adeguata e senza poter fare lei stessa le ferie. Poi, per legge e come evidenziato dal segretario generale, nel 2009 doveva essere assunta a tempo indeterminato automaticamente, invece, ha dovuto fare una selezione, poi vinta lo stesso.
La donna avrebbe subito anche aggressioni verbali negli uffici del municipio: il 12 aprile 2012 sarebbe stata aggredita verbalmente da un collega di ufficio ed è finita anche in ospedale con 5 giorni di prognosi. Dal 2013 al 2016, poi, sarebbe stata esautorata senza motivo dalle proprie funzioni e isolata. Il Comune, messo al corrente dei fatti, non avrebbe mai adottato misure per evitare che subisse lesioni alla propria integrità fisica e psichica. A ridare un po’ di serenità alla donna sarebbe stata solo la nuova collega di ufficio, lo scorso anno. Con lei ha avviato un’azione di recupero morosità per il Comune incassando oltre 268mila euro di arretrati. Risultati eclatanti che, però, non sarebbero stati riconosciuti nelle schede di valutazione performance: quelle del 2014, 2015 e 2016 sono uguali e non le sarebbero stati assegnati premi che le spettavano impedendole anche di avere una progressione economica orizzontale. I legali hanno chiesto al dirigente di rivedere le valutazioni a gennaio, ma invano.
Contestato anche lo stipendio: il Comune continuerebbe ad applicarle la ritenuta del 2,50% sullo stipendio, in modo illegittimo (dal 2009 a oggi deve riavere 4.338 euro). Situazioni di stress che le hanno portato «ipertensione, ansia, cervicobrachialgia, stenosi carotidea, cefalee, ernia jatale con gastrite cronica, disturbi del sonno e sbalzi di umore». E che l’hanno portata a far ricorso per mobbing. Ora la parola spetta al tribunale.