Dopo Michetti resterà il teatino più rappresentativo
di Maria Cristina Ricciardi Nel mio giudizio su Gaetano Memmo, convergono tante cose di cui non posso non tener conto, parlando di un amico caro e di un pittore di grande onestà intellettuale....
di Maria Cristina Ricciardi
Nel mio giudizio su Gaetano Memmo, convergono tante cose di cui non posso non tener conto, parlando di un amico caro e di un pittore di grande onestà intellettuale.
Reputo certamente Memmo un vero "maestro" della pittura contemporanea, direi, dopo Michetti, il più rappresentativo della Provincia di Chieti, perché egli ha incarnato, nella complessità della sua lunga esperienza e nei tratti distintivi del suo percorso artistico, tutti i cambiamenti ed i dibattiti, le tensioni e le dinamiche, tipici della situazione dell'arte italiana - e dunque della cultura italiana - dal secondo dopoguerra.
In tal senso guardo a Gaetano Memmo come ad un artista emblematico, come ad un figlio ben riuscito della sua generazione, una generazione pittorica a mio avviso molto importante perché capace di traghettare il valore della pittura, della bellezza e della trasmissione poetica del reale dai difficili anni del dopoguerra fino ai nostri giorni, attraverso un tipo di percorso formativo, che ha riguardato tanto la sfera della esperienza tecnica quanto quella dell' esperienza del pensiero, perché l'una non fosse meno vera dell'altra.
Una generazione, dicevo, a cavallo tra un concetto di "tradizione" legato alla grande tradizione della pittura italiana - cosa imprescindibile in un Paese come il nostro, nutrito da coscienze "figurative" e dal valore dell'immagine - ed un concetto di "modernità", inteso come necessario superamento dell'immagine, indispensabile processo di rinnovamento, a cui il giovane pittore sentiva di non potersi sottrarre.
Gaetano Memmo appartiene, dunque, sul piano della sua genesi formativa, a quel versante figurativo dell'arte italiana che intorno alla metà degli anni Cinquanta si riconosce culturalmente nel cosiddetto "Realismo esistenziale", definizione offerta nel 1956 da Marco Valsecchi, acuto critico d'arte, in un clima culturale influenzato dalla filosofia dell'esistenzialismo francese, a metà strada tra la crisi post-bellica e quei processi di rinnovamento che esploderanno nel decennio successivo.
Tutti noi sappiamo bene che si può essere artisti senza essere necessariamente pittori perché l'arte ha molti linguaggi, e allo stesso modo sappiamo che si può essere pittori senza essere artisti, bravi pittori a cui però manca un certo "quid".
Con Gaetano Memmo abbiamo la certezza di essere di fronte ad un artista vero e questo non solo per il suo lungo percorso di lavoro, articolato in sessanta anni di impegno tenace e sensibile ma la dote innata del talento, l'elevata esperienza tecnica accompagnata dalla forza della trascrizione poetica, laddove il fascino di un'atmosfera, l'essenza nascosta dentro le cose gli sono apparsi sempre molto più interessanti delle cose in sé, toccando la nostra emotività, come una bella pagina di letteratura, come una poesia in cui sentiamo di ritrovare, nell'esperienza di qualcun altro, la nostra dimensione interiore. Grazie Gaetano.
*(critico d’arte)
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