Droga venduta alla villa comunale Il pm: «In sette vanno processati»

Le dosi di cocaina, hashish e marijuana cedute anche in piazza Matteotti, a Porta Pescara e alla Trinità Giovanissimi i clienti, individuato il fornitore degli spacciatori dopo mesi di indagini e intercettazioni
CHIETI. La procura di Chieti ha chiesto il processo per sette persone coinvolte in un giro di cocaina, marijuana e hashish nei luoghi simbolo della città, come la villa comunale, piazza Matteotti, Porta Pescara e la Trinità. Gli imputati sono Pierluigi Bellia, 26 anni di Chieti, il padre Claudio (63), i teatini Stefano Francesco Del Grosso (50) e Matteo Iacone (22), il bulgaro Ivanov Teodor Todorov (40), anche lui residente in città, l’albanese Roxhen Velja (37), che vive a Pescara, e Gianni Chichi (53) di Città Sant’Angelo. Sono tutti accusati, a vario titolo, di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L’udienza preliminare, davanti al giudice Andrea Di Berardino, è in programma il 20 luglio. L’inchiesta, coordinata dal pm Giancarlo Ciani, è stata condotta dai poliziotti della squadra mobile, guidati dal vice questore Miriam D’Anastasio e dal commissario Nicoletta Giuliante.
L’INCHIESTA
Le indagini della sezione narcotici sono durate circa quattro mesi e hanno consentito di sequestrare oltre sei chili e mezzo tra hashish e marijuana, più di 120 grammi di cocaina, denaro, bilancini di precisione e materiale per confezionare la droga. Numeri a parte, le investigazioni hanno svelato «un’attività di spaccio seriale e continuativa», raccontano le carte dell’inchiesta: tra i clienti c’erano numerosi giovanissimi. Pierluigi Bellia e il padre, secondo l’accusa, «da anni monopolizzano l’illecito mercato di stupefacenti nel capoluogo di provincia teatino».
«POSIZIONE STRATEGICA»
Il 26enne «deteneva, trattava e spacciava» non solo hashish e marijuana, «droghe smerciate ininterrottamente», ma anche sostanze pesanti, come crack e cocaina. E, all’epoca dei fatti contestati, si muoveva «in condizioni estremamente favorevoli», osserva il pubblico ministero. Tra queste, c’era sicuramente la posizione della sua abitazione, che si trovava in via Mater Domini, «caratterizzata da una conformazione molto stretta, a senso unico, ubicata in pieno centro storico e contraddistinta da più viuzze. Questa “area di azione”, da considerarsi assolutamente strategica, ha consentito a Bellia di portare a buon fine innumerevoli cessioni di droga in quei luoghi, sfruttando l’estrema vicinanza del suo domicilio come “magazzino” e le vie di fuga particolarmente appropriate a disposizione del cliente di turno». Tra i fornitori c’era Chichi.
I RUOLI
Claudio Bellia, sempre in base alle accuse, si interessava «prettamente del recupero dei crediti e perlopiù di sollecitare e intimidire i debitori insolventi del figlio Pierluigi». Todorov, per i clienti “Teo”, si occupava di rifornire «un grande bacino d’utenza rappresentato da giovanissimi che, per buona parte dalla giornata, lo raggiungevano alla villa comunale»: lì aveva stabilito il «suo quartier generale, il suo habitat preferito dove far convergere decine e decine di ragazzi senza soluzione di continuità».
“IL PRINCIPE”
Del Grosso, non a caso chiamato “il principe”, è invece ritenuto «il più navigato ed esperto dei “soci”, che ha gestito un’ulteriore e considerevole aliquota di clienti, taluni dei quali più esigenti e bisognosi anche di cocaina». Velja aveva rapporti d’affari consolidati con il principale indagato, essendo un suo fornitore. Le intercettazioni telefoniche, per gli investigatori, hanno fatto emergere «una ragguardevole situazione debitoria contratta da Bellia nei confronti del pusher albanese». A Iacone è contestato un unico episodio.
LA DIFESA
Gli imputati sono difesi dagli avvocati Alessandro Perrucci, Mauro Faiulli, Italo Colaneri, Antonello Remigio, Alessandra Michetti, Emanuele Calista, Manuela Marchetta e Ivan Notaristefano.
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