Due badanti occupano la casa e pretendono soldi per andare via
A processo per estorsione una polacca e il suo compagno di Chieti che assistevano un’anziana malata: hanno lasciato l’abitazione solo dopo aver costretto la famiglia a firmare assegni per ben 11.700 euro
CHIETI. Occupano la casa dell’anziana che accudiscono e, con le minacce, raggiungono il loro obiettivo: farsi pagare quasi 12mila euro per andare via. Una badante polacca di 58 anni, Bozena Figatowska, e il suo compagno Mario Collecorvino, teatino 64enne, sono finiti sotto processo con l’accusa di estorsione aggravata: a rinviarli a giudizio, ieri mattina, è stato gip Luca De Ninis. L’episodio è avvenuto lo scorso giugno a Chieti. La vittima, costretta a tirare fuori la consistente somma di denaro, è il cognato dell’anziana che era assistita dai due odierni imputati: l’uomo, rappresentato dall’avvocato Ottavio Argenio, si è costituito parte civile. Il caso è stato trattato dai poliziotti della terza sezione della squadra mobile, coordinati dal vice questore aggiunto Miriam D’Anastasio e diretti dal sostituto commissario Ivan Finore.
Ad innescare l’inchiesta del pm Giancarlo Ciani è stata la denuncia presenta dalla vittima. «Insieme a mia moglie», ha raccontato, «mi occupo di mia cognata che, dopo essere rimasta vedova, ha bisogno di cure costanti a causa dei suoi problemi di salute. Dato che sia io che mia moglie siamo anziani, abbiamo deciso di rivolgerci a un’assistente personale per farci aiutare. Su segnalazione di un amico, abbiamo contattato la signora Bozena. Inizialmente avevo intenzione di sottoscrivere con lei un contrattato di lavoro, ma la donna mi ha detto di essere beneficiaria di assegno di disoccupazione e mi ha chiesto la cortesia di attendere qualche mese». Fatto sta che, a marzo, la badante si è trasferita a casa dell’anziana in cambio di uno stipendio mensile di 800 euro netti. «Fin da subito», prosegue la vittima, «Figatowska mi ha chiesto di poter ospitare il compagno nelle ore serali, perché aveva timore di trascorrere la notte da sola, in una zona di campagna e in una casa abbastanza isolata. Io ho accettato la proposta e, a distanza di pochi giorni, Mario Collecorvino si è trasferito stabilmente a casa di mia cognata, trascorrendo lì tutta la giornata insieme alla compagna». All’inizio i rapporti sembravano buoni: «Collecorvino si è offerto di accompagnare mia cognata in ospedale, con la sua auto, per delle visite di controllo. Per queste attività mi ha chiesto se potevo riconoscergli un rimborso spese per il carburante, così ho cominciato a consegnargli 200 euro mensili». I problemi, stando sempre alla denuncia, sono venuti fuori a maggio: «L’uomo ha iniziato ad accampare pretese economiche di ben altra natura, chiedendomi di versare in favore suo e della compagna la somma di 1.500 euro al mese, oltre al rimborso spese. Mi sono quindi trovato in difficoltà perché la situazione iniziava a sfuggirmi di mano. A giugno, determinato a risolvere il problema, insieme a mia moglie e mia cognata abbiamo deciso di giungere a una soluzione alternativa». Nel momento in cui la vittima ha fatto presente a Collecorvino che riteneva opportuno interrompere il rapporto di lavoro, la situazione è degenerata definitivamente. «Ho detto che ero disposto a versare in loro favore 3mila euro a titolo di buonuscita se avessero lasciato l’abitazione nel giro di qualche giorno». Dopo un ulteriore tira e molla, «trovandomi nel panico, ho detto che ero anche pronto a riconoscere loro 5mila euro a testa se solo fossero andati via entro la domenica successiva. All’indomani, però, ci siamo visti per concludere l’accordo e Collecorvino si è presentato con una scrittura privata che mi chiedeva di firmare e che prevedeva la corresponsione in suo favore e della compagna di ben 11.700 euro. A quel punto, convinto che quello fosse l’unico modo per liberarmi di loro, ho consegnato nelle mani dell’uomo la somma richiesta attraverso 3 assegni bancari». Il processo, davanti al collegio del tribunale presieduto da Guido Campli, inizierà il 20 gennaio.

