E il pusher si vantava: «Io? Speedy Gonzales Ho prodotti super»

14 Aprile 2022

Un indagato rimproverava il complice che non rispondeva: «Oggi è sabato, si lavora: così perdiamo tempo e occasioni»

CHIETI. «Sono Speedy Gonzales». È il 6 novembre del 2020 quando Pierluigi Bellia, 26 anni, secondo l’accusa il principale spacciatore del centro storico di Chieti, si vanta così al telefono con un fornitore rimarcando «le proprie capacità di piazzare lo stupefacente», osserva il giudice Luca De Ninis.
«PRODOTTO SUPER»
Qualche giorno dopo, per la precisione il 1° dicembre, è sempre Bellia a «informare e a esaltare la qualità della cocaina in suo possesso» nel corso di un colloquio con un cliente intercettato dalla polizia. La descrive «un prodotto super... il perlato, la scaglia di pesce». Il cliente, come ripercorre il pm Giancarlo Ciani, resta colpito positivamente da quella risposta e, incuriosito, chiede «se ne ha»; il pusher, con orgoglio, risponde: «Ne ho tutti i giorni, sempre». E gli investigatori, «a dimostrazione dell’amplissimo “bacino d’utenza” di cui gode Pierluigi Bellia», riportano alcune conversazioni telefoniche «che documentano in maniera ineccepibile ben cinque cessioni di droga compiute personalmente dallo stesso Bellia alla stessa persona», una ragazza. L’abituale luogo di scambio è la chiesa di Mater Domini, distante appena quindici metri da casa del pusher. Il 2 novembre del 2020, in particolare, il 26enne «pare essersi rifornito di una sostanza stupefacente decisamente migliore di quella ceduta alla giovane nelle precedenti tre circostanze. Sull’ennesima richiesta dalla ragazza, infatti, egli non esita a sopravvalutare in maniera decisamente spavalda la droga di cui si è approvvigionato: “Comunque è il top mo’ sta botta”. La donna, entusiasta, esterna tutto il suo compiacimento in merito: “Eh... appunto, ti voglio carico. A dopo”».
LINGUAGGIO IN CODICE
Gli inquirenti considerano significative per comprendere il giro d’affari e la disponibilità di stupefacente da parte degli indagati anche altre telefonate. Come quella del 30 settembre. Nella circostanza, Bellia offre all’acquirente una «felpa verde fregnissima», ovvero marijuana di ottima qualità. L’interlocutore risponde di no e chiede invece la «felpa bianca», vale a dire la cocaina, ma lo spacciatore replica che gliel’avrebbe potuta dare prima, ma l’aveva già venduta. Il cliente chiude la conversazione precisando di avere la «felpa marrone», ossia l’hashish. Secondo il giudice, «le conversazioni risultano sempre di agevole comprensione e di particolare pregnanza, anche nei casi in cui gli interlocutori utilizzano linguaggi criptici, comunque di usuale impiego».
LE LAMENTELE
Succede anche che Stefano Del Grosso, detto il “principe”, ritenuto uno dei pusher legati a Bellia, si lamenti con quest’ultimo perché non legge i suoi messaggi e fa perdere tempo e occasioni: «Eeeh ma non si deve fare così», dice, «quando si lavora, si lavora. Oggi è sabato!». «Come in tutti i “rapporti d’affari” che si rispettino, dunque, accadono imprevisti anche tra Bellia e Del Grosso», scrive il pm. Il 12 dicembre del 2020, il primo si lamenta del fatto che «molti dei clienti in carico a Del Grosso lo interpellino o, addirittura, vadano prima da lui. Del Grosso gli spiega che si è trovato troppi clienti in casa contemporaneamente e che è impaurito da questa situazione».
IL CONTEGGIO DEI SOLDI
Claudio Bellia, il papà di Pierluigi, nel corso di un’intercettazione ambientale, viene sorpreso mentre «conta denaro contante fino all’importo di 1.350 euro: elemento», tira le somme il giudice, «che evidenzia il livello di affari illeciti gestiti in via continuativa dagli indagati». (g.let.)
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