Ecco i medici porta a porta: «Curiamo il Covid nelle case»

1 Dicembre 2020

Le Unità speciali della Asl: «Vediamo la paura crescere, vogliamo portare un sorriso» Una giovane dottoressa: rischiamo ogni giorno, ma non abbandoniamo i nostri pazienti

CHIETI. Medici con la valigia in macchina: vanno a casa dei malati di Covid, nei paesi più sperduti della provincia, e prima di entrare impiegano un 20 minuti buoni davanti all’abitazione del paziente per finire di indossare tute bianche, guanti, visiere, mascherine e tutto l’armamentario in grado di proteggerli. Tutto fatto con attenzione minuziosa: un solo piccolo errore potrebbe voler dire un contagio. Poi entrano nelle case dei pazienti e il primo obiettivo è «parlare con loro e riportare il sorriso, spesso conta più della terapia farmacologica». A raccontare l’esperienza di uno dei tanti giovani medici che la Asl teatina ha chiamato al lavoro freschi di laurea è la 27enne Maria Castellano, di Città Sant’Angelo. La dottoressa si è laureata alla d’Annunzio nell’estate del 2019 sognando di fare la pediatra. E la sua unica esperienza era stata infatti in un reparto di pediatria all’ospedale di Pescara. Terminati gli studi aveva continuato la trafila consueta: tre mesi di tirocinio per poi conseguire l’abilitazione. Senonché è scoppiata la pandemia e «il test per l’abilitazione non l’abbiamo più fatto, noi siamo quelli abilitati tutti d’ufficio», dice la neo-dottoressa che si è subito messa a disposizione delle Asl di Chieti e Pescara. Quella teatina l’ha presa insieme ad altri giovani colleghi per lavorare nelle Usca, le Unità speciali di continuità assistenziale che l’Abruzzo è stata tra le prime regioni in Italia ad attivare.
«All’inizio è stata dura», dice la dottoressa, «eravamo in pochi, con turni di 12 ore da fare, andavamo da soli nelle case dei pazienti, girando per tutta la provincia alla ricerca degli indirizzi giusti. Poi la vestizione, che in parte comincia in sede ma termina solo davanti casa del paziente: una marea di roba, in pratica ci portiamo i bagagli in macchina. Ora il personale è aumentato e possiamo fare turni alternati di 12 e 6 ore».
Quando i medici delle Usca arrivano nelle case dei contagiati trovano soprattutto ansia e paura. «Hanno visto immagini pesantissime in televisione e sui giornali, hanno visto che il virus è tornato e sono molto spaventati», dice la dottoressa, «è molto importante tranquillizzarli e farli un po’ ridere. Tecnicamente il nostro compito è quello di fare l’anamnesi, misurare i parametri vitali, fare il test specifico per la malattia, che consiste nel far camminare il paziente per 6 minuti oppure, se è anziano, alzarsi e sedersi su una sedia, per vedere come reagisce sotto sforzo. Se possiamo facciamo anche un’ecografia polmonare. Poi c’è l’auscultazione toracica e cardiaca. Restiamo almeno 40 minuti, 2 ore se dobbiamo controllare intere famiglie. Ma in realtà quello che è davvero importante è tranquillizzare i pazienti. Sappiamo che ci mettiamo a rischio ogni volta che entriamo in una casa, ma sappiamo anche che far sentire che non si è abbandonati è importantissimo. Non sono solo i pazienti anziani a essere spaventati. Anche i giovani con pochissimi sintomi hanno bisogno di rassicurazioni continue. Ecco perché in questi casi continuiamo a seguirli anche con semplici telefonate. E continuiamo a farlo pure dopo il ricovero». Come nel caso di un cocciuto e simpatico paziente di origine straniera, «che soprattutto all’inizio facevo anche fatica a capire quando parlava», ricorda la dottoressa, «e che voleva fare sempre di testa sua: era un negazionista, diceva che il Covid non esisteva e che lui stava bene. Ma io sentivo dalla voce al telefono che non era così. Ho insistito per farlo ricoverare in ospedale, non ci voleva andare, ma ho fatto bene a non mollare. Ho continuato a seguire il suo caso, a parlargli per telefono e a tenermi in contatto con i medici che lo hanno in cura. Mi hanno detto che ha messo sotto sopra l’intero reparto, ma che, per fortuna, sta finalmente meglio».