Ex conceria, asta deserta I veleni bloccano l’affare

Nessun imprenditore si fa avanti per acquistare il complesso con 5mila euro Il 22 luglio nuova vendita giudiziaria ma per la bonifica servono 3,5 milioni
CHIETI. È un’area da 30.625 metri quadrati nella zona industriale di Chieti Scalo con un «complesso produttivo, terreni di pertinenza e diversi fabbricati». Potrebbe valere una fortuna ma basterebbero soltanto 5mila euro per aggiudicarsi il lotto. Un affare impossibile: nessuno vuole l’ex conceria di via Penne 68. La vendita all’asta, stavolta con partenza da zero euro, è andata deserta ancora. Davanti all’avvocato Raffaele Cappiello di Roma non si è presentato nessuno. E il perché lo svela l’annuncio di vendita: l’ex Cap è «libera» ma «in pessimo stato di manutenzione, pericolante in più punti. Presenti fenomeni di inquinamento ambientale, rilevanti vincoli urbanistici per necessità di verifica ambientale, difformità catastali, mancanza presso i competenti uffici di titoli edilizi». Nove righe per descrivere il mostro di Chieti Scalo. L’ex conceria tornerà in vendita il 22 luglio, sempre con un valore di zero euro e rilancio minino di 5mila euro.
BONIFICA E VELENI. Il nodo irrisolto resta la bonifica: una grande opera da oltre 3,5 milioni di euro. Così dice l’ultima stima eseguita dallo studio de Marinis-de Pinedo & Partners di Roma. L’ex Cap è un mostro che, nonostante le attività dismesse da decenni, continua a inquinare la zona industriale di Chieti Scalo con sostanze tossiche come clorometano, cloruro di vinile, dicloroetano, dicloroetilene, tricloroetilene e tetracloroetilene: un fiume di inquinamento con cromo e solventi che scorre tra le fabbriche e le case. Lo scorso anno, il Comune ha chiesto alla Regione di sostituirsi alla proprietà e di avviare la bonifica. Secondo le carte ufficiali, quella bonifica sarebbe stata una «necessità» già 13 anni fa per «rimuovere tutte le fonti di contaminazione presenti nel sito al fine ridurre/mitigare i rischi ambientali e sanitari». In tutto questo tempo – è ancora in vigore un’ordinanza del 2008 firmata dall’allora sindaco Francesco Ricci per vietare l’acqua dei pozzi nel raggio di un chilometro –, è stato mosso soltanto il primo passo amministrativo e a rivelarlo è un passaggio dell’ultimo avviso di vendita giudiziaria: «L’immobile è interessato da fenomeni di inquinamento ambientale per i quali la pubblica amministrazione ha avviato una procedura di bonifica in via sostitutiva». La Regione dovrebbe accollarsi la spesa della bonifica e poi addebitare il conto ai proprietari. Ma quali proprietari? La proprietà dei ruderi con, sopra, il tetto in eternit danneggiato e, sotto, i terreni contaminati diventati anche neri e blu è di una società fallita di Roma, la Revi srl. E poi a complicare il quadro c’è la vendita giudiziaria ormai in un vicolo cieco.
ALLARME DAL 2006. Nell’incertezza di quello che sarà, restano gli allarmi del passato: il progetto di bonifica stilato nel 2006 dal geologo Massimo Ranieri di Lanciano per conto della Revi rivela che all’ex Cap ci sono rifiuti messi sottoterra «abusivamente» fino a creare un muro di «4 metri di spessore», terreni diventati «neri-bluastri» e «totalmente impregnati da sostanze non naturali», «contaminazione diffusa della falda da metalli pesanti (in particolare cromo), solventi clorurati e idrocarburi pesanti». Quel documento di 32 pagine dice che «in alcuni periodi dell’anno l’escursione della falda al di sotto dei rifiuti interrati è tale che gli stessi rifiuti risultano immersi nell’acqua». E ancora: «Le acque sotterranee risultano contaminate perché le acque di infiltrazione e le stesse acque sotterranee vanno a lisciviare i rifiuti e i terreni contaminati». L’unica cosa da fare è togliere gli inquinanti: «La rimozione delle fonti di contaminazione primaria favorirà anche i processi di degradazione di molti composti». Si dice dal 2006 e non è stato ancora fatto.
“BARRIERA” IN ARRIVO. La speranza per circoscrivere l’«acclarato stato di contaminazione ambientale del sito», comprese le «acque sotterranee», è una “barriera” costruita da un confinante, la Mantini srl: entro giugno dovrebbe entrare in funzione un sistema di elettropompe da circa 20mila euro per “lavare” le sostanze tossiche ed evitare che vada avanti l’inquinamento della falda con «manganese, nichel, 1.1 dicloroetilene, 1.2 dicloropropano, cloruro di vinile, tricloroetilene, tetracloroetilene, triclorometano, 1.2 dicloroetilene, cromo VI».

