Ex conceria contaminata Nessuno è responsabile

20 Marzo 2018

La Provincia in ritardo: in 10 anni non ha accertato la titolarità dell’inquinamento Il M5S contro la Regione: «Tocca all’ente intervenire, l’omessa bonifica è reato»

CHIETI. È dal 2011 che la ditta Mantini «ha dato notizia del superamento delle concentrazioni di di soglia di contaminazione del sito industriale in via Piaggio» al confine con via Penne. Ancora prima, dal 2008, è in vigore un’ordinanza che vieta in quell’area di Chieti Scalo di coltivare i terreni e di usare acqua per irrigare gli orti entro «un raggio di circa 1.000 metri dall’ex conceria Cap». Da allora le istituzioni sanno che l’inquinamento è fuori controllo. Ma in tutto questo tempo nessuno ha trovato il «responsabile della contaminazione».
Nessun responsabile. Di certo non è la Mantini: la ditta dei rifiuti è entrata in possesso dell’area dell’ex calzaturificio Da Fran, in via Penne, nel 2007 ed è quindi «proprietaria non responsabile della contaminazione», come precisa il verbale dell’ultima conferenza dei servizi del 13 marzo scorso. Tocca alla Provincia di Chieti individuare il soggetto responsabile ma, finora, non è stato fatto e, dalla conferenza dei servizi, il Comune ha richiamato l’ente ad «attivare la procedura prevista dall’articolo 244 del decreto legislativo 152 del 2006». Un monito lanciato nel vuoto: la Provincia non era presente. Ma è un passaggio centrale perché, proprio dalla definizione del responsabile dell’inquinamento, può partire il percorso della bonifica.
Sostanze cancerogene. Un percorso in salita che conduce, inevitabilmente, alla Regione: l’ex conceria è considerata «sorgente di contaminazione» ma la proprietà dei fabbricati abbandonati da 15 anni è di un’impresa fallita, la Revi srl di Roma, e il complesso è al centro di una vendita giudiziaria all’asta: finora, i due tentativi di vendita, sono andati sempre deserti. Prossima asta, da 284mila euro, l’11 giugno nello studio dell’avvocato Raffaele Cappiello a Roma (l’8 giugno scade il termine per presentare le offerte). Ora, però, con un nuovo picco di «alifatici clorurati cancerogeni», come il cloruro di vinile, proveniente dall’ex Cap il Comune chiede alla Regione di «sostituirsi» alla proprietà e avviare alla bonifica: una richiesta quasi impossibile. Una perizia del tribunale di Roma sull’ex Cap dice che il costo della bonifica non può essere determinato.
Il M5S: come Bussi. «La pericolosità del Sir di Chieti Scalo non è secondaria al Sin di Bussi», dicono i consiglieri del M5S Ottavio Argenio e Manuela D’Arcangelo, «basta considerare che, proprio come avviene con il Sin, le fonti di inquinamento non hanno affatto smesso di diffondere sostanze altamente tossiche e cancerogene nel suolo e soprattutto nella falda idrica».
Contro la Regione. Argenio e D’Arcangelo puntano il dito contro la Regione: «Il soggetto responsabile di questi ritardi e in particolare delle omesse attività di messa in sicurezza, non può che essere la Regione Abruzzo. Non siamo noi a dirlo ma il Testo unico sull’ambiente e, paradossalmente, la stessa Regione che ha adottato il Piano di bonifica delle aree inquinate. Se il privato responsabile dell’inquinamento non provvede alla messa in sicurezza e alla bonifica o se tale soggetto non risulta individuabile, i Comuni o le Regioni devono intervenire secondo l’ordine di priorità fissato dal Piano regionale per a bonifica. È proprio esaminando il Piano, redatto per la prima volta nel 1994 e ora aggiornato lo scorso luglio 2017, che si comprende la portata del sostanziale disinteresse dimostrato dalla Regione nella soluzione di questo grave problema ambientale». Per il M5S, «l’inerzia della Regione appare rilevante proprio con riferimento alla gestione dell'area occupata dalla ex conceria, quella che allo stato presenta i rischi maggiori di contaminazione da sostanze cancerogene. Il presidente e Luciano D’Alfonso e il delegato alle bonifiche, Mario Mazzocca, non hanno fatto altro che perdere tempo e illudere i cittadini di Chieti con la pioggia di milioni promessi nel Masterplan. Sarebbe bene», concludono, «ricordare che l’omessa bonifica, anche se commessa da soggetti pubblici, è un’ipotesi di reato».
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