Ex parroco assolto per l’oro votivo venduto

1 Febbraio 2020

Orsogna. Il difensore di don Mario: «Niente vincoli alla cessione dei beni di San Rocco». Parti civili deluse

ORSOGNA. Per la sparizione dell’oro di San Rocco, a Orsogna, non ci sono responsabili. L’ex parroco don Mario Persoglio, che aveva in custodia il tesoro, è stato assolto ieri dal tribunale di Chieti dall’accusa di aver venduto la antiche collane e i gioielli che adornavano la statua del santo, senza specifica autorizzazione.
Si è svolta ieri, davanti al giudice Nicoletta Mariotti, l’udienza conclusiva del processo partito in seguito allo scandalo scoppiato nel 2015, quando nella tradizionale processione del 16 agosto, ricorrenza di Sa Rocco, i parrocchiani scoprirono che sul manto del santo non c’era più l’antico oro votivo, ma era rimasta solo bigiotteria. Sgomento e rabbia si insinuarono in paese e nacque un comitato che si rivolse in Procura con un esposto. La Procura voleva archiviare l’intera vicenda, ma poi partì il processo. La prima accusa di appropriazione indebita venne riqualificata nella più lieve violazione delle norme a tutela dei beni culturali. C’è, infatti, un articolo del codice dei beni culturali, il 173, che ne tutela l’alienazione. Secondo questa norma, per vendere un bene culturale occorre avere una specifica autorizzazione ministeriale. Ma, anche se i beni ecclesiastici possono essere ricompresi nel novero dei beni culturali, il difensore dell’ex parroco, l’avvocato Nicola Giambuzzi, ha sostenuto che l’oro della chiesa di San Rocco non era compreso in questa categoria. E perciò a don Mario non serviva alcuna autorizzazione a vendere gli oltre 6 chili di oro, cosa che ha fatto per riparare il tetto della chiesa. Spiega l’avvocato Giambuzzi: «Il codice definisce in maniera tassativa quali sono i beni culturali: sono quelli di proprietà dello Stato e dei diversi enti, compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti. Ma la chiesa di San Rocco a Orsogna non rientra nel novero degli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti e non esistono vincoli alla vendita dei beni del santo». Alla stessa conclusione è arrivato anche il pm Sonia Ciancaglini che, infatti, ha chiesto l’assoluzione.
Deluse le parti civili che, con gli avvocati Delia Verna e Mauro Faiulli, avevano chiesto un risarcimento danni da 1,6 milioni di euro. «Noi ne usciamo comunque vittoriosi, perché abbiamo avuto il coraggio di combattere una battaglia così difficile», commenta a caldo Maria Antonietta Piccicacco, presidente del comitato che ha inviato l’esposto in Procura. (cr.ch.)
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