Faist, annuncio shock: da oggi chiudiamo

Licenziamento per 16 operai di cui 9 donne. Picchetto davanti ai cancelli, camion bloccati: «Da qui non esce niente»
LANCIANO. È il primo freddo dell’inverno e alla Faist, azienda dell’indotto automotive che realizza sensori per le turbine di auto e veicoli commerciali, si combatte sotto neve e gelo. Nessuno se lo aspettava, ma da domani l’azienda che per vent’anni ha sostenuto l’economia locale e le produzioni automotive di mezzo mondo (è fornitore di Honeywell e altri marchi automobilistici importanti), potrebbe chiudere per sempre. Anzi, per i portavoce del gruppo Faist che hanno incontrato frettolosamente dipendenti, rsu e il sindacato Fim-Cisl, dovrebbe già essere chiusa da ieri. La procedura di licenziamento collettivo per 16 persone, di cui 9 donne, tra cui la responsabile dello stabilimento, è stata aperta martedì sera attorno alle 20,30. Caso bizzarro questo, ma, purtroppo, nemmeno troppo raro. Nella notte, e senza nemmeno il tempo di far rifiatare i dipendenti dopo lo shock, i camion hanno cominciato a portare via materiali e macchinari dallo stabilimento lancianese. E da mercoledì notte i dipendenti hanno cominciato a presidiare lo stabilimento. Senza organizzarsi più di tanto, senza capire e senza mezzi, visto che l’azienda è “sindacalizzata” (parola che in gergo indica l’ingresso di un sindacato in una fabbrica) da pochissimo. Lo sciopero viene dichiarato di giorno in giorno, mentre si fa appello a chiunque e si bussa al cuore di tutti quelli che passano in località Cerratina verso la Val di Sangro. “«Ci portano via il lavoro”, è scritto su uno striscione con la foto di due mani che si uniscono formando un cuore, “fai una foto con il cuore e pubblicala sui tuoi profili social per dare solidarietà ai lavoratori della Faist Sangro”.
LA DELOCALIZZAZIONE. Alla base della decisione del gruppo che conta 33 stabilimenti in Europa, Nord America e Asia, e 4mila dipendenti, ci sarebbe il trasferimento della produzione a Montone, in provincia di Perugia, in Umbria. Ma lo stabilimento lancianese produce a pieno regime, tra le aziende di cui risulta fornitrice c’è anche la Scattolini, che ha rilevato da pochi mesi lo stabilimento della San Marco e nel 2018 ha avuto una nuova commessa per una lavorazione all'avanguardia. «Abbiamo sempre lavorato a testa bassa», racconta Manuela Ricci, responsabile dello stabilimento e rsu Fim-Cisl, «gli audit sono sempre risultati positivi, ma non abbiamo mai chiesto né ricevuto premi e con gli stipendi siamo rimasti al contratto nazionale. Abbiamo un costo del lavoro bassissimo e non abbiamo mai fatto un giorno di cassa integrazione». E allora perché vogliono chiudere lo stabilimento? «Da quello che sappiamo», prosegue la rsu, «ci sarebbe una stima e una previsione di un calo delle vendite su un prodotto che non realizziamo qui, ma che si produce nello stabilimento di Montone, la crisi non riguarda le nostre linee».
IL BRACCIO DI FERRO. Intanto fuori dallo stabilimento, per ore e sotto il vento gelido, va in scena il picchetto degli operai. C’è chi ha le lacrime agli occhi, chi abbraccia il collega, sotto gli ombrelli umidi e le dita ghiacciate. Si impedisce l’ingresso e l’uscita dei camion, ma non può durare per sempre. «Abbiamo chiesto un tavolo urgente con il prefetto», spiega Amedeo Nanni, Fim-Cisl, «questa tragedia non può passare così sotto silenzio, con i camion che arrivano di notte, non si fa così, il lavoro è innanzitutto dignità».
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