«Falsificati timbri e firme» Così svuotavano l’Unidav

22 Giugno 2019

La manager Zampedri nei guai per aver intascato un bonifico da 350mila euro Le intercettazioni dei complici: è diabolica. E spuntano documenti lasciati nei bar

CHIETI. Firme e timbri falsi, documenti contraffatti lasciati dentro i bar, giri di telefonate per ingannare anche l’impiegata della banca. Così gli indagati dell’operazione Minerva svuotavano l’ateneo telematico Unidav di Torrevecchia Teatina, riuscendo a distrarre fondi per quasi 900mila euro. Lo raccontano le carte dell’inchiesta coordinata dal procuratore capo di Chieti Francesco Testa e dal sostituto Giancarlo Ciani. La principale protagonista dell’«operazione illecita», sostiene il giudice Isabella Maria Allieri, è stata la manager toscana Lorenzina Zampedri, 64 anni, ex componente del consiglio di amministrazione dell’Unidav, da giovedì rinchiusa nel carcere delle Vallette a Torino. «Ma guarda che delinquente è questa», diceva al telefono Tommaso Marvasi, all’epoca presidente del cda dell’ateneo telematico, anche lui finito nei guai per un incarico irregolare dato ad Antonio Cilli, docente di informatica giuridica. «Questa è diabolica», rincarava la dose un altro indagato, Alberto Rimicci, direttore generale, senza sapere che le sue chiamate erano ascoltate dai carabinieri del colonnello Florimondo Forleo e dai finanzieri del colonnello Serafino Fiore.
Significativa è l’operazione con cui Zampedri e i suoi complici «si appropriavano della somma di 350mila euro prelevandola dalle casse dell’Unidav». Gli indagati hanno eseguito il maxi bonifico a favore di una holding maltese, la Eduworld, di cui Zampedri era socia. L’operazione è avvenuta «in forza di un contratto falso» attraverso il quale l’ateneo telematico si impegnava a pagare alla società non meglio precisate prestazioni relative «alle attività di internazionalizzazione dell’università». Scrive il giudice: «Il timbro Eduworld apposto in calce al suddetto contratto è risultato essere stato materialmente realizzato in epoca successiva al primo agosto del 2016, data del documento». Peraltro, neppure l’allora presidente Unidav Luciano Vandelli e il direttore generale Fausto Gennuso «avevano mai visto il contratto in questione, né un tale documento era presente nel registro informatico dell’ente; analogamente, non risultavano attività effettuate dalla Eduworld in favore di Unidav tali da giustificare l’importo di 350mila euro». Il contratto venne lasciato in un bar da Cilli, e poi ritirato dall’impiegata di banca che aveva seguito la pratica, «solo a distanza di tre mesi dal bonifico e solo su insistenza di quest’ultima». Il responsabile dalla comunicazione istituzionale dell’Unidav, già impiegato in una scuola gestita dalla manager toscana, ha raccontato davanti al pm: «Ricordo che Zampedri mi chiese di predisporre un timbro della Eduworld che prima non esisteva. Fui proprio io, il 6 ottobre del 2017, a inviare una mail a una litografia di Roma con allegata la versione definitiva del timbro. Timbro che venne consegnato, con fattura emessa il 23 ottobre del 2017, peraltro mai onorata». Tradotto: il documento è palesemente falso perché il primo agosto del 2016, data di sottoscrizione del contratto, quel timbro non esisteva. Ma anche la firma in calce, stando all’accusa, è farlocca. «La firma è poco leggibile e non so dire se corrisponda alla mia», ha messo a verbale l’ex presidente Vandelli. «Non mi ricordo affatto di aver sottoscritto tale documento e rilevo che tale accordo prevede un impegno di spesa a carico di una società, la Eduworld, rispetto alla quale non ricordo che Unidav avesse impegni».